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Risponde il professor Marco Venturini, Presidente AIOM, direttore dell’Oncologia medica - Ospedale "Sacro Cuore Don Calabria", Verona. |
A Bologna, in occasione del XIII Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Medicina Oncologica, più di 3.000 esperti si sono confrontati sulle difficoltà di prevenzione e diagnosi per gli immigrati, sulla gestione dei costi, sulle novità nel trattamento del melanoma, soffermandosi sui giovani e i loro stili di vita. Per saperne di più abbiamo intervistato il professor Marco Venturini, neopresidente dell’AIOM.
Professor Venturini, come mai gli oltre 4.5 milioni di stranieri (circa il 7,5% della popolazione), presenti nel nostro Paese, non ricevono gli stessi trattamenti diagnostici e terapeutici per le malattie oncologiche dei pazienti italiani?
«Per varie ragioni. Prima di tutto, dobbiamo sottolineare che la maggior parte degli immigrati è composta di giovani. E ancora. Solo il 50% degli aventi diritto si sottopone a screening necessari per una buona prevenzione. Non solo. Si è notato che molti degli stranieri, extraeuropei, specialmente, per motivi culturali e linguistici trovano grandi difficoltà nell’accedere a strutture oncologiche che potrebbero risolvere nel miglior modo possibile il singolo caso. È chiaro che tutto ciò comporta un’elevata percentuale di decessi per neoplasie fra gli immigrati, dovuta a una malattia più aggressiva perché diagnosticata anche con un anno di ritardo».
È possibile evitare tutto ciò?
«Direi che in parte il problema, anche se difficile, si potrebbe risolvere istituendo nelle Asl e nelle Aziende Ospedaliere un certo numero di mediatori culturali. Per intenderci meglio, sarebbe auspicabile introdurre persone provenienti dallo stesso Paese dell’immigrato malato e che abbiano vissuto in Italia per alcuni anni tanto da averne appreso usi e costumi. Il mediatore culturale è infatti una figura fondamentale, perché in grado di far da tramite tra il medico o l’operatore sanitario e lo straniero, così da spiegargli tutte le procedure diagnostiche e terapeutiche più appropriate. Purtroppo nel nostro Paese questa figura è ancora poco diffusa, anche se può rappresentare una fonte di risparmio per il nostro Sistema sanitario nazionale. Si potrebbero abbattere i costi di trattamenti chirurgici e farmacologici non necessari se il paziente, adeguatamente informato, si sottoponesse regolarmente a screening e adottasse stili di vita corretti».
Prevenire è meglio che curare. Passiamo a un’altra questione spinosa per questi tempi di crisi: come siamo messi con le spese?
«Direi piuttosto male. Oggi l’80% delle oncologi e mediche italiane ha i conti in rosso. I DGR, unità di misura che calcola l’entità di rimborsi per le cure erogate, coprono appena il 50% delle spese che continuano a crescere».
Le cause?
I malati aumentano e vivono più a lungo e le terapie diventano più impegnative. Non mancano gli sprechi, con prestazioni talvolta inappropriate, esami ripetuti e spesso poco utili. A questo si aggiunga la migrazione sanitaria, con pazienti che si spostano fra regioni od ospedali che distano pochi chilometri».
Si può fare qualcosa per contenere i costi?
«Sicuramente esistono soluzioni per evitare gli sprechi. Innanzitutto ogni ospedale dovrebbe essere in grado di garantire uno standard assistenziale adeguato per la gestione del 90% dei casi, cioè assicurare l’ordinarietà. Solo il 10% che rappresenta una particolare complessità dovrebbe essere rimandato all’ospedale di riferimento regionale per la patologia (tumore della mammella, dello stomaco ecc.): così, non si “ingolfa” il sistema e si offrirebbero cure ottimali. Bisogna ripensare e rendere operative le Reti oncologiche regionali, formalmente istituite dal Piano Sanitario nazionale, che esistono però solo sulla carta, tranne rare eccezioni (Toscana, Piemonte, qualcosa in Lombardia). Ma non solo. Un’altra soluzione, com’è stato dimostrato, potrebbe essere quella di dimezzare i costi per le terapie dell’ultimo mese di vita, passando dal 30% al 15% dei costi farmacologici. E ancora. Per quanto riguarda la razionalizzazione dell’uso dei farmaci ad alto costo, l’AIOM lavora da anni con l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sul sistema del pagamento dei soli pazienti che effettivamente beneficiano della terapia e non sulla base di discriminatorie analisi di costo- efficacia, come accade, per esempio, in Gran Bretagna. Siamo riusciti a definire dei meccanismi che, nei limiti del possibile, consentono di contenere la spesa senza che il malato ne risenta. Per promuovere un confronto con le esperienze internazionali e prendere sempre in considerazione anche la voce dei pazienti, all’interno del Congresso è prevista una sessione speciale, organizzata in collaborazione con la Società Europea di Oncologia (ESMO), la Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (F.A.V.O) e la Fondazione AIOM, dedicata proprio all’Appropriatezza prescrittiva tra Europa e Italia».
Professor Venturini, lei è appena stato eletto presidente dell’AIOM: quali obiettivi vuole conseguire durante la sua presidenza?
«Direi che come obiettivi da raggiungere c’è senza dubbio quello d’incentivare il discorso delle Reti oncologiche, auspicandomi di poter raggiungere tutte le regioni italiane, così da soddisfare le esigenze concrete dei pazienti e degli operatori e garantire un’assistenza migliore e più uniforme in tutto il Paese. Altro obiettivo è quello di promuovere ulteriormente il progetto sulla prevenzione e i giovani, intitolato “Non fare Autogol”, che ha ottenuto un ottimo risultato. E ancora: la mia presidenza vuol essere “scientifica” per cui intendo avviare, gestiti dall’AIOM, studi clinici (sperimentazioni) non su farmaci ma su processi terapeutici e diagnostici. Per fare un esempio, prendiamo il follow up del tumore al seno che si basa sulla visita senologica, ecografia e mammografia, e che ha compiuto 25 anni. Sarebbe il caso di rivederlo alla luce delle nuove scoperte scientifiche e delle innovazioni tecnologiche. E sono tanti gli esempi del genere».
Esiste un rapporto diretto fra medico di famiglia e oncologo medico?
«Per noi dell’AIOM il rapporto con il medico di famiglia è fondamentale. Il problema è che non è facile confrontarsi con il medico di famiglia, perché questi è troppo spesso oberato di lavoro. Si deve occupare della salute del paziente a 360°. Infatti il medico si deve interessare a varie patologie, non solo a quelle oncologiche. Noi, però, proprio perché egli è il primo referente del malato, intendiamo sicuramente privilegiare il rapporto con il medico di famiglia stringendo, qualora sia possibile, un patto d’alleanza. In conclusione, vorrei segnalare la conferenza stampa a Roma del 30 novembre, in occasione della presentazione di una pubblicazione molto interessante, su “I numeri del cancro in Italia 2011”, che l’AIOM ha redatto in collaborazione con l’ARTUM ovvero l’Associazione dei Registri Tumori. Così che chiunque, soprattutto fra gli operatori del settore, potrà avere a disposizione i dati epidemiologici completi».
Quale messaggio vuole lanciare ai nostri lettori e a tutti gli italiani?
«Mi auguro in questi due anni di presidenza che l’AIOM possa avere sviluppi importanti non solo per i nostri soci ma più in generale per i nostri pazienti italiani e stranieri. E far sì che si possano ottenere risultati sempre migliori per vincere la battaglia contro il cancro».
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