N. 6/7 giugno/luglio 2010

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Risponde la professoressa Caterina Catricalà, direttore del dipartimento clinico sperimentale di dermatologia oncologica presso il San Gallicano di Roma (catricala@ifo.it)

L’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e l’Istituto Dermatologico San Gallicano, ha appena avviato la fase due della sperimentazione per testare una nuova terapia di vaccinazione  nei pazienti operati per  metastasi da melanoma. Per saperne di più noi di prevenzione tumori abbiamo intervistato la professoressa Caterina Catricalà, direttore del dipartimento clinico sperimentale di dermatologia oncologica presso il San Gallicano di Roma. Di che si tratta?
«Rifacendomi alle relazioni dei colleghi presenti a Roma in occasione della presentazione del progetto alla stampa posso dire che, dopo una prima fase pilota dello studio di questi vaccini combinati con chemioterapia o  interferon alfa,  è stata indicata chiaramente l’opportunità di proseguire le ricerche in questa direzione. Perciò è stato deciso di avviare la fase due della sperimentazione prevedendo l’arruolamento di 50 pazienti con melanoma metastatico. Si tratta di uno studio strategico che mostra come il risultato di una ricerca di base svolta da più di vent’anni possa essere trasferito nella pratica clinica. Questo studio di cui è già testato la sicurezza e la tollerabilità e nel quale è stato investito un milione di euro potrà dare risultati in tempi abbastanza brevi e costituisce un’opportunità terapeutica enorme per quei pazienti che non hanno alternative. L’utilizzo della chemioterapia come immunomodulante, che vent’anni fa rappresentava un’eresia nella comunità scientifica, è oggi, infatti, una vera e propria realtà che può diventare  un’arma straordinaria proprio nei casi di tumori come questo, dove i protocolli classici hanno fallito poiché non sono in grado di bloccare la recidiva della malattia tumorale. Qualora questo vaccino terapeutico si rivelasse efficace potremmo inoltre applicarlo come prevenzione nei casi in cui il tumore primitivo è ad alto rischio di recidiva».

Potrebbe essere più precisa?
«In caso di melanoma recidivo dopo chirurgia, i trattamenti medici non risultano molto efficaci. Infatti, nonostante gli importanti studi condotti in pazienti ad alto rischio di recidiva ai quali siano stati asportati la lesione primitiva, i risultati fino ad oggi ottenuti con la terapia sistemica (chemioterapia e/o terapie biologiche) nel melanoma sono stati deludenti, senza aumenti significativi in termini di sopravvivenza globale.  Del tutto recentemente,   però un anticorpo monoclonale (ipilimumab, la cui azione è quella di “sbloccare” l’inibizione del sistema immunitario)  ha dimostrato di possedere una buona attività in alcune centinaia di pazienti complessivamente trattati per malattia avanzata in circa 20 trials clinici nel mondo. Tale farmaco  è in questo momento, presso la nostra Divisione, in corso di studio in pazienti che abbiano ricevuto una resezione completa di melanoma ma ad alto rischio.  La ricerca, che prende avvio oggi, è invece volta a valutare  l’efficacia clinica, in termini di prevenzione delle ricadute e aumento della sopravvivenza, di un vaccino ad antigeni peptidici preceduto o meno da un chemioterapico chiamato dacarbazina. Nel nostro Istituto quindi a pazienti sottoposti all’asportazione di melanoma ad alto rischio di recidiva sono offerti due  opzioni di trattamento clinico legate all’espressione o meno dell’antigene d’istocompatibilità e alla scelta del paziente»

Si tratta dunque di una terapia innovativa e basata sulla rilevazione di alcuni parametri biologici specifici come affermano gli esperti. Quali sono i criteri di scelta per entrare a far parte della sperimentazione?
«I criteri d’eleggibilità per partecipare al protocollo sono molto precisi. Si tratta, infatti, di pazienti con melanoma ad alto rischio di ricaduta che non presentano alcuna metastasi né da un punto di vista clinico né radiologico. Il vaccino sarà somministrato solo a coloro che dovessero risultare positivi per l’espressione dell’antigene d’istocompatibilità  HLA-A*0201: Questi è presente in circa il 45 per cento  della popolazione italiana. Gli altri parametri determinanti per l’arruolamento sono:

  • l’età superiore ai 18 anni;
  • l’adeguata funzionalità del midollo osseo, del fegato e dei reni;
  • l’assenza di patologie cardiache e di infezioni attive e croniche; assenza di quadri di immunodeficienza primaria o secondaria;
  • La necessità di un intervallo di almeno 4 settimane da un precedente trattamento chemioterapico, immunoterapico o radioterapico;
  • l’assenza di altri tumori di altre sedi negli ultimi 5 anni;
  • il consenso informato scritto.

L’arruolamento allo studio, dunque, prevede, determinate caratteristiche di malattia oltre che l’individuazione di un profilo biologico individuale del paziente, ma la strategia terapeutica globale potrà essere applicata in futuro anche ad altre patologie tumorali».

È stato detto dagli esperti presenti a Roma che a rendere ancora più efficace e innovativo questo approccio terapeutico è lo studio dei parametri biologici individuali del paziente. Ma in che modo?
«Sappiamo, infatti, che conducendo insieme ai ricercatori dell’ISS il monitoraggio immunologico la qualità del sistema immunitario del paziente Ë decisiva nella risposta terapeutica, anche nel trattamento chemioterapico. È per noi quindi rilevante definire biomarcatori della risposta immunitaria in grado di predire la risposta terapeutica. Il monitoraggio della risposta immunitaria dei pazienti vaccinati è di primaria importanza per identificare i meccanismi con i quali i loro linfociti T riescono ad essere attivati e “rieducati” a riconoscere efficacemente cellule tumorali per sconfiggere la neoplasia».

Professoressa Catricalà, si può affermare che il successo di questo studio, infatti, segnerebbe una tappa importante nella lotta al melanoma  poiché questo tumore è in costante aumento?
«Certamente. Basti pensare che il melanoma fino a 20 anni fa era considerato una patologia rara è oggi invece molto più diffuso: si stima che nell’ultimo decennio tale tumore abbia superato nel mondo i 100.000 nuovi casi l’anno ed in Italia  si ammalano circa 13 persone su centomila abitanti ogni anno.  Negli ultimi 20 anni è aumentato il numero dei casi diagnosticati in fase precoce, con conseguente miglioramento della sopravvivenza.  L’esito di questo trial potrebbe essere strategico nella terapia di quei melanomi che hanno avuto una recidiva dopo l’asportazione chirurgica e potrebbero presentare una ripresa di malattia in circa il 50 per cento dei casi. In conclusione mi piace ricordare che Le modalità di svolgimento e di cooperazione che hanno caratterizzato questo studio,   confermano l’importanza della collaborazione tra i nostri Istituti di ricerca specializzati in oncologia e dermatologia e Istituto Nazionale Tumori Regina Elena e Istituto Dermatologico San Gallicano e l’Istituto Superiore di Sanità, principale riferimento tecnico-scientifico del Servizio Sanitario Nazionale. I nostri ricercatori, insieme, hanno fornito un reale contributo alla ricerca traslazionale, consentendo il trasferimento dei risultati dell’attività di ricerca, dai laboratori ai pazienti, veri protagonisti di questa fase dello studio, verso i quali è rivolta la nostra principale attenzione».

Dove è possibile trovare maggiori informazioni sul vaccino?
«È stato  attivato il sito: www.iss.it/tria  per spiegare cosa siano questi i vaccini, lo stato dell’arte degli studi in corso con una sezione dedicata ai pazienti e un link “contattaci” a cui i pazienti possono rivolgersi per avere informazioni più specifiche sul trial».