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Risponde il professor Francesco Cognetti,
direttore scientifico dell'Istituto Tumori
Regina Elena di Roma (Tel. 06/52666919). |
Oltre 300 esperti di fama mondiale hanno partecipato all"International Meeting on New Drugs in Breast Cancer", svoltosi presso l'Istituto Tumori Regina Elena di Roma. Durante l'incontro si è discusso sulle migliori strategie per prevenire, diagnosticare e curare il cancro al seno. Per saperne di più noi di PrevenzioneTumori abbiamo intervistato il presidente del Convegno: il professor Francesco Cognetti.
Professor Cognetti qual è la situazione italiana riguardo allo screening mammografico?
«Ultimamente abbiamo fatto dei passi in avanti grazie alla commissione del ministero del Welfare guidata dal professor Alessandro Del Maschio del San Raffaele di Milano, che insieme a un'équipe altamente qualificata ha riscritto la mappa degli screening per la diagnosi precoce dei tumori alla mammella». Come?«Si è cercato di realizzare uno screening "su misura", ovvero ritagliato sulla base della storia personale della paziente così da contrastare al meglio un nemico giurato delle donne ovvero il cancro al seno. Perciò ci sono dei cambiamenti in atto. Infatti non più quindi un esame standard -la celeberrima mammografia - fra i 50 e i 69 anni d'età come avviene oggi, bensì uno screening che tenga conto della storia personale di ciascuna donna, dividendole in tre categorie di rischio (normale, medio, altro). Mentre resta invariato l'iter per chi non presenta i cosiddetti fattori critici, ad esempio *presenza di uno o più casi di neoplasia al seno in famiglia;*particolari caratteristiche della mammella;*sovrappeso e *l'aver o meno avuto figli. Per tutte le altre donne, invece, andranno previste corsie preferenziali e l'uso di strumenti più sensibili per stanare il tumore, come la mammografia digitale. E non è tutto. Per combattere la neoplasia più temuta dal gentil sesso lo screening verrà esteso anche alle 40enni e alle over 70. Le nuove indicazioni sono ormai condivise dal mondo scientifico, e sono già allo studio della Commissione. La proposta di Del Maschio diventerà al più presto "operativa". Una misura che mira a ridurre le 12 mila vittime che il tumore del seno causa ogni anno nel nostro Paese su 38 mila nuovi casi. La diagnosi precoce è una delle armi più affidabili di cui disponiamo per sconfiggere la malattia. Un tumore preso nella fase iniziale, come dimostrato dalla migliore letteratura, ha ormai il 98 per cento di guarigione».
Professor Cognetti nella sua risposta ha fatto cenno alla mammografia digitale. Di che si tratta?
«È nuova tecnologia che consente di visualizzare con chiarezza su un monitor l’immagine mammografica elaborata dal computer. È decisiva per diagnosticare tumori non ancora invasivi, riconoscibili per la presenza di microcalcificazioni. Infatti grazie alla mammografia digitale, noi oncologi riusciamo ad accertare con facilità neoplasie al seno in fase ancora precocissima come dimostrato da studi scientifici recenti. In tali lavori sono stati diagnosticati fino al 20 per cento di casi in più. Va ricordato che è una metodica assai costosa e poco diffusa (solo alcuni centri la possiedono ndr). Per cui la mammografia digitale va proposta solo a quelle donne ad alto rischio di ammalare di cancro al seno»
Secondo le ultime stime nazionali un'italiana su 11 rischia di ricevere una diagnosi di tumore del seno nel corso della vita e una su 50 di morirne. Sapendo che l'incidenza di malattia è simile in tutte le regioni qual è la situazione dei programmi di screening?
«Purtroppo lei tocca un tasto dolente. Infatti esiste una grave differenza fra Centro-Nord, Sud e Isole. Se nel settentrione 8 donne su 10 dichiarano di aver eseguito almeno una mammografia preventiva, la percentuale scende a una su 2 nell'Italia meridionale. L'estensione effettiva dei programmi di screening attivi al 2007 è pari all'82.9 per cento al Nord, al 73.3 per cento al Centro e solo al 27.6 per cento al Sud. E la sopravvivenza cambia di conseguenza: al Nord è del 10 per cento più elevata. Su questo tema si sta impegnando in particolare la Commissione Prevenzione e Screening del Ministero, con progetti e proposte concreti per garantire pari accesso all'assistenza sanitaria a tutti i cittadini. Altra battaglia che vede gli specialisti uniti e determinati è il contrasto dello screening "opportunistico". troppe donne si rivolgono per la mammografia alla piccola struttura "sotto casa" e questo rischia di minare la serietà dei controlli e la credibilità dei risultati. Va invece potenziato l'accreditamento istituzionale di Centri specialistici nazionali di livello».In che modo? «È necessario investire per creare reti oncologiche regionali fortemente collegate e coordinate da centri di altissima specializzazione, quali per esempio il Regina Elena ed il S. Gallicano di Roma per la Regione Lazio in grado di esprimere la centralizzazione di tutte le tecniche diagnostiche necessarie anche alla identificazione dei più avanzati fattori prognostici e predittivi di risposta, in un'ottica di innovazione e di appropriatezza ed in un contesto di sicurezza e di una elevata performance scientifica»
Gli esperti stranieri hanno sottolineato che per sconfiggere il cancro al seno, oltre alla prevenzione, sono necessari anche i trattamenti farmacologici. Quali quelli più innovativi?
«Sicuramente le terapie target sviluppate negli ultimi anni, in grado di agire solo sulle cellule malate. Proprio a queste molecole innovative, oltre una decina quelle in sperimentazione per il tumore del seno, sono state dedicate ampie sessioni al convegno romano. Dove un importante riconoscimento è stato attribuito alla nostra oncologia che si è distinta nel panorama scientifico internazionale per il livello delle pubblicazioni e la qualità delle sperimentazioni cliniche». Dunque un grande successo? «Solo in parte. Perché purtroppo per le ricerche di Fase I (su volontari sani o pazienti) l'Italia gioca un ruolo marginale soprattutto a causa delle difficoltà burocratiche. Perciò è necessaria e non più rinviabile una riforma del sistema che renda il nostro Paese "attrattivo" per gli investimenti, da parte delle Aziende farmaceutiche e degli Enti di ricerca pubblici e privati. A tutto vantaggio soprattutto dei pazienti che potranno accedere con maggiore facilità alle molecole più innovative. In Italia solo il 2,3 per cento del totale delle sperimentazioni sono di fase 1, a fronte del 30,3 per cento in Germania, del 22 per cento in Francia, del 21,2 per cento in Olanda e del 15 per cento in Spagna. Proprio in questi giorni è in discussione una proposta per la costituzione di una piattaforma interistituzionale con Ministero e AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e per potenziare le sperimentazioni di fase 1 e allinearci agli altri Paesi europei».
Ma un messaggio di speranza lo possiamo lanciare?
«Certamente. Basta ricordare le 500.000 italiane guarite dal tumore del seno grazie a strategia su più fronti: prevenzione, nuove terapie, ma anche ricerca. E ancora. Pur con molte difficoltà strutturali e risorse economiche esigue, il nostro Paese può contare su professionisti di primo livello. Vanno segnalati in particolare quelli che aderiscono al Gruppo cooperativo Italiano Mammella (GIM), una realtà di eccellenza che coinvolge 180 strutture oncologiche per la promozione di studi clinici. Attualmente ve ne sono in corso 9, che arruolano ogni anno circa 2.000 pazienti. Ci si concentra soprattutto sul miglior affinamento delle sequenze dei farmaci biotecnologici nella terapia adiuvante, con grande attenzione ai profili di farmacogenomica».
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