N. 6/7 giugno/luglio 2008

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Risponde il dottor Roberto Pola, I° ricercatore dell'Istituto di Medicina interna e geriatria, Università Cattolica di Roma (tel. 06/30.15.49.17)

In tutto il mondo ogni giorno si fumano più di 15 miliardi di sigarette. I fumatori sono stimati in 1,2 miliardi. Sono cifre spaventose se si pensa che il 20 per cento di tutte le cause di morte è attribuibile al fumo, tra cui il 35 per cento ai tumori, il 56 per cento a malattie cardiovascolari e respiratorie, il 9 per cento ad altre cause. Un altro dato allarmante: solo in Italia, ogni anno, vi sono 80.000 decessi dovuti a fumo di tabacco. A preoccupare gli esperti è il 34.4 per cento di queste morti che riguarda soggetti fra i 35 e i 69 anni. Questa pandemia ha spinto gli scienziati a rivolgersi alla genetica con una domanda.
Che ruolo gioca la predisposizione genetica nel diventare dipendenti dalla nicotina e nello sviluppo di gravi malattie? Una ricerca, pubblicata sul numero del 3 aprile di Nature, la più importante rivista medico-scientifica internazionale, tenta una risposta. Fra gli autori dell’imponente lavoro figurano due giovani ricercatori dell’Università Cattolica di Roma, Roberto Pola dell’Istituto di Medicina interna e geriatria e Andrea Flex dell’Istituto di Patologia speciale medica.
Per saperne di più abbiamo intervistato il dottor Pola.

Può dirci qualcosa di più sulla vostra ricerca?
"Si tratta dello studio internazionale coordinato da Kari Stefansson dell’Università di Reykjavik, un ricercatore islandese che, per iniziare, ha utilizzato un campione molto vasto di abitanti del suo Paese. Gli islandesi sono ormai da anni studiati dai genetisti ma stavolta l’obiettivo era di stabilire la possibile correlazione fra un determinato gruppo di geni e la dipendenza da fumo. I geni in questione sono CHRNA3 (più degli altri), CHRNA5 e CHRNB4 che si trovano su un pezzetto di cromosoma chiamato 15q24. Questi geni codificano per alcuni recettori nicotinici: si tratta di molecole presenti sulla superficie delle cellule del cervello, nei vasi sanguigni, nei bronchi, nelle vie urinarie, nel sistema digestivo, e che reagiscono alla nicotina presente nelle sigarette. Il professor Stefansson e la sua équipe hanno controllato 14mila fumatori islandesi. Il campione è stato suddiviso per numero di sigarette fumate al giorno e i dati hanno mostrato un forte legame fra la presenza di una particolare forma di variazione dei geni analizzati e la forte dipendenza da nicotina dei fumatori più incalliti".

Nello studio sono stati presi in considerazione solo gli islandesi e la loro predisposizione genetica a diventare grandi fumatori. C'è dell'altro?
"Assolutamente no. Tuttavia la ricerca, qui è il suo punto di forza, non si limita a studiare gli islandesi e la loro predisposizione alla dipendenza, ma estende la sua analisi sia al rischio di ammalarsi di tumore del polmone che a quello di ammalarsi di arteriopatia periferica (o PAD), cioè l’occlusione delle arterie delle gambe. Due malattie fortemente associate al fumo. Per approfondire la correlazione con il tumore al polmone sono stati studiati più di mille casi di pazienti, provenienti anche da Olanda, Spagna e Islanda, confrontandoli con circa 32mila casi di controllo".

In che modo c'entra l'Italia?
"Quello dell’Università Cattolica di Roma è l’unico centro italiano coinvolto e il nostro contributo è stato quello di fornire i dati di più di 150 pazienti (e circa 250 casi di controllo) malati di PAD. Abbiamo analizzato i loro dati genetici e, come gli altri colleghi, abbiamo osservato che l’associazione con quella variazione genetica era molto forte .Questi dati, uniti a quelli provenienti da Islanda, Nuova Zelanda, Svezia e Austria (quasi 3.000 pazienti), hanno consentito ai ricercatori di poter affermare, per la prima volta con un alto livello di significatività, che questa correlazione effettivamente esiste. Non è un caso che Nature abbia accettato di pubblicare il nostro articolo. La forza di questo lavoro sta nei numeri: la dimensione del campione è ingente e le origini geografiche sono molto diversificate".

Quali ricadute può avere uno studio del genere?
"La correlazione fra la dipendenza da nicotina e questi geni era già emersa in passato, ma l’ulteriore legame con queste malattie è del tutto nuova. Importante ora sarebbe di aumentare la dimensione del campione degli italiani ed estendere anche da noi gli studi sul rischio di tumore e sulla dipendenza da nicotina. La collaborazione tra il nostro gruppo e Kari Stefansson ha già prodotto importanti risultati in passato e continuerà a produrne. Questo tipo di ricerche aiuta a definire il rischio di sviluppare una dipendenza per ciascun individuo portatore della variazione genetica, e dunque a calibrare programmi preventivi e terapeutici individualizzati". In che modo? "Sappiamo che il 30 per cento degli individui possiede questo polimorfismo genetico ovvero il gene CHRNA3 mutato. Quindi se questi individui iniziano a fumare rischiano la dipendenza e incontreranno maggiori difficoltà a smettere. Inoltre saranno più esposti a contrarre malattie cardiovascolari e neoplastiche. Basterebbe sottoporsi a un test facilmente realizzabile se ci fosse la volontà politica e un'azienda farmaceutica a produrlo. Noi scienziati possiamo mettere a disposizione le nostre ricerche affinché siano concretizzate e rese disponibili per tutti".