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Risponde il professor Luigi Bolondi, Direttore
del Dipartimento di malattie dell’Apparato Digerente
e Medicina Interna del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di
Bologna.
(tel 051 6362260; luigi.bolondi@unibo.it) |
Professor Bolondi, la sua équipe ha scoperto un
nuovo gene che potenzia l’effetto della chemioterpia nel tumore
del fegato. Come siete arrivati a questo importante risultato?
«Negli ultimi anni la conoscenza di alcuni meccanismi molecolari
dell'epatocarcinogenesi ha permesso di individuare "target" terapeutici
per nuovi farmaci. Nel nostro Centro abbiamo sviluppato in particolare
un progetto di ricerca sul ruolo dei geni Notch (1-4). Questi geni sono
stati studiati particolarmente nei processi di embriogenesi in quanto
sembrano avere un ruolo determinante nella differenziazione cellulare.
Più recentemente si è cominciato a studiare il ruolo di
questi geni nei processi di carcinogenesi. I risultati delle ricerche
condotte nel nostro laboratorio, particolarmente a cura delle Dr.sse
Giovannini e Gramatieri, indicano che il gene Notch 3 esercita un’ azione
diretta sulla resistenza a un farmaco chemioterapico, la doxorubicina,
aprendo importanti prospettive di cura basate sul silenziamento del gene.
E' verosimile infatti che lo stesso effetto di rinforzo dell'efficacia
terapeutica si possa verificare anche per altre molecole antitumorali.
La conoscenza dei geni Notch, e del loro ruolo nel tumore del fegato, è relativamente
recente. Nei primi 2 anni di ricerca abbiamo innanzitutto dimostrato
che il Notch1 e il Notch3 sono particolarmente espressi nelle linee tumorali
epatiche. In seguito, ne abbiamo analizzato l’influenza sulla regolazione
del ciclo cellulare e verificato il ruolo nella risposta alle terapie
antitumorali. In particolare, abbiamo valutato gli effetti del silenziamento
del gene Notch 3 sulla efficacia della chemioterapia con Doxorubicina,
che è un farmaco è tra i più utilizzati per la chemioterapia
degli epatocarcinomi. I risultati del nostro esperimento dimostrano che
le cellule silenziate Notch3 trattate per 24 ore con Doxorubicina muoiono
in misura 3 volte maggiore rispetto ai controlli. Inoltre la capacità di
incorporare e trattenere Doxorubicina aumenta in assenza di Notch3. Questa
scoperta, così come le modalità tecniche per il silenziamento
del gene sono coperte da brevetto».
Quali sono i principali fattore
di rischio per il cancro del fegato? E’ vero che si tratta di una neoplasia particolare perchè,
come una bomba ad orologeria, può esplodere da un momento all’altro
in persone già ben identificate?
L’epatocarcinoma in genere si sviluppa su fegato cirrotico e le
epatopatie croniche sono quindi considerate condizioni preneoplastiche,
indipendentemente dalla loro eziologia. L’incidenza di epatocarcinomi
in fegati non affetti da epatopatia cronica è evento eccezionale,
particolarmente nei paesi sviluppati (<5% dei casi). La popolazione
a rischio di epatocarcinoma è pertanto ben identificata nel momento
in cui si conosce l’esistenza di una epatopatia ctonica, documentata
in genere da una alterazione persistente degli esami di funzionalità epatica.
Da ricerche effettuate in diversi paesi europei ed asiatici si ritiene
che l’incidenza per anno di epatocarcinomi nella popolazione dei
pazienti cirrotici sia del 3-6%.
L’epatocarcinoma rappresenta pertanto oggi una delle principali
cause di morte nei soggetti affetti da cirrosi epatica. In base ai dati
epidemiologici sulla diffusione e la storia naturale dell’infezione
da virus dell’epatite C è prevedibile un prossimo aumento
della sua incidenza nei Paesi occidentali. Tra i fattori di rischio vanno
pertanto inclusi i virus dell’epatite B e C, l’alcol, le
epatopatie colestatiche e autoimmuni, l’emocromatosi. La steatoepatite
non alcolica, la cui incidenza sempbra essere in costante aumento nei
paesi sviluppati. Da numerosi studi emerge l’evidenza che l’associazione
di diversi fattori di rischio (coinfezioni virali, alcool e virus) possa
significativamente aumentare il rischio di sviluppare epatocarcinoma
nel singolo paziente. Anche il sesso maschile, la durata della malattia
e l’età aumentano il rischio.
Durante le prime fasi dello svuluppo l’epatocarcinoma è totalmente
asintomatico e pertanto il suo riscontro avviene spesso casualmente in
corso di ecografia eseguita anche per valtre motivazioni. Lo stadio della
neoplasia condiziona la scelta dell’approccio terapeutico, rendendo
la diagnosi precoce un obiettivo di primaria importanza. Da qui nasce
la necessità di un programma di sorveglianza, intesa come ripetizione
periodica di un test di screening (in genere ecografia ogni 6 mesi) volta
ad evidenziare una malattia in fase precoce e curabile, riducendo così la
mortalità per tale patologia.
L’epatocarcinoma presenta le caratteristiche necessarie affinché lo
screening raggiunga il suo scopo: la categoria di pazienti a rischio è ben
definita (cirrotici); sono disponibili metodi diagnostici a basso costo,
non invasivi e largamente diffusi (ecografia, dosaggio dell’alfa-fetoproteina),
nonché trattamenti potenzialmente curativi (alcolizzazione e termoablazione
percutanea, resezione chirurgica, trapianto di fegato).
Da una recente inchiesta tra i membri statunitensi della Società Americana
di Epatologia emerge che l’84% degli epatologi intervistati applica
un programma di sorveglianza dei cirrotici con ecografia. Le motivazioni
addotte comprendevano la convinzione che lo screening fosse efficace
e presentasse un buon rapporto costo/beneficio, ma anche il timore di
essere accusato di malpractice qualora non lo praticasse.
Nuove speranze
per il trattamento di questa patologia arrivano anche dai farmaci biologici.
In particolare il sorafenib, ha dimostrato di aumentare di più del 40% la sopravvivenza dei pazienti con carcinoma
epatocellulare. Sarà questo il futuro della terapia?
E’ importante anzitutto sottolineare che l’epatocarcinoma
era un tumore “orfano” di terapia medica. Nessun farmaco
somministrato per via sistemica si era infatti dimostrato efficace, in
studi randomizzati controllati, di prolungare la sopravvivenza dei pazienti
affetti da epatocarcinoma. Il Sorafenib è stato il primo farmaco
per il quale questa dimostrazione di efficacia è stata ottenuta
nelle forme di tumore avanzato. Il Sorafenib è il primo di una
nutrita serie di farmaci cosiddetti “biologici”, in quanto
indirizzati su specifici meccanismi molecolari implicati nell’epatocarcinogenesi
che attualmente sono in corso di sperimentazione:
Le opzioni terapeutiche per l' epatocarcinoma variano infatti a seconda
dello stadio morfologico e funzionale della malattia. Nelle lesioni unifocali
in buon compenso funzionale ed in quelle (rare) che insorgono su fegato
sano il trattamento di prima scelta rimane tuttora la chirurgia di resezione.
Essa offre sopravvivenze a 5 anni di circa il 50%, peraltro gravate da
una percentuale di recidive che supera il 90% ed una mortalità perioperatoria
del 3-5% nei migliori centri.
Per i tumori unifocali e multifocali con < 3 lesioni si sono sempre
più affermate le tecniche di trattamento percutaneo loco-regionale,
sia per la semplicità che per l’economicità e soprattutto
l' efficacia. Esse infatti, in termini di sopravvivenza, offrono risultati
analoghi a quelli della chirurgia, con una incidenza di complicanze trascurabile,
potendo essere attuate anche nei pazienti in condizioni funzionali più compromesse
e negli anziani. La tecnica maggiormente sperimentata e per la quale
sono disponibili i risultatati su larghe casistiche è l' alcolizzazione
percutanea. Questa si effettua in anestesia locale, mediante la somministrazione
ripetuta, attraverso aghi sottili (7-8mm) di alcol assoluto (2-8ml per
sessione) in modo da determinare una necrosi del tessuto che viene in
contatto con l' alcool. Gli studi finora effettuati dimostrano sopravvivenze
analoghe a quelle della chirurgia di resezione (75 e 50% rispettivamente
a 3 e 5 anni). Più recentemente è stata introdotta la procedura
di termoablazione percutanea, che sfrutta la necrosi coagulativa prodotta
dal calore. Questa può essere ottenuta mediante tecniche diverse,
come il laser, le microonde e le radiofrequenze. Nei primi studi pubblicati
i risultati sembrano analoghi a quelli dell' alcolizzazione, con una
incidenza di complicanze lievemente superiore. I motivi che la fanno
preferire all' alcolizzazione sono la maggiore omogeneità della
necrosi che si ottiene e la maggiore praticità. Per il trattamento
degli epatocarcinomi multifocali l' unica tecnica attuabile è la
chemioembolizzazione intraarteriosa. Questa tecnica può essere
effettuata solo nei pazienti in buon compenso funzionale dati i possibili
gravi effetti collaterali. L' efficacia del trattamento nel determinare
la necrosi e l' arresto della crescita tumorale è stata dimostrata
in numerose casistiche.
Sono peraltro numerosi gli epatocarcinomi che già al momento della
prima diagnosi o durante la loro evoluzione non possono essere trattati
con le tecniche chirurgiche o loco-regionali, sia per l’estesnione
della malattia intraepatica, che per l’invasione vascolare o la
diffusiona della malattia tumorale al di fuori del fegato. Per questi
pazienti, per i quali non era disponibile alcun trattamento di dimostrata
efficacia, è oggi possibile proporre l’uso del Sorafenib,
purchè in condizioni cliniche generali e funzionali epatiche accettabili.
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