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Risponde il dottor Giuseppe
Palmieri, I° ricercatore
dell'Istituto di chimica biomolecolare presso il Cnr di Sassari
(tel. 079/998617, e-mail gpalmieri@yahoo.com). |
Negli ultimi decenni il melanoma è diventato
una vera e propria emergenza sanitaria e sociale a causa dell'impressionante
aumento dei casi. I più colpiti sono gli individui giovani (fra
i 35 e i 50 anni). Solo in Italia si registrano circa 7.000 nuovi casi
e 1.500 morti l'anno. Secondo gli esperti le cause principali
di tale incremento vanno ricercate in fattori sia ambientali (in primo
luogo l'esposizione alle radiazioni ultraviolette associata alla progressiva
riduzione delle capacità schermanti dell'atmosfera) sia genetici
(fototipo, numero di nei).
Grazie alla ricerca si è giunti all'individuazione dei complessi
meccanismi molecolari alla base dell'insorgenza e progressione del
melanoma. Tali risultati sono stati acquisiti da uno studio tutto italiano,
pubblicato recentemente sulla rivista internazionale Journal
of Clinical Oncology. Si
tratta di un lavoro frutto di una collaborazione tra l¹Istituto di Chimica
Biomolecolare del Cnr, l'Istituto di Anatomia Patologica di Sassari e l'Istituto
Nazionale Tumori di Napoli. Per saperne di più abbiamo intervistato l'oncologo
Giuseppe Palmieri, coordinatore della ricerca.
Dottor Palmieri, come siete arrivati a risultati così promettenti?
«Innanzitutto va sottolineato che il melanoma è un tumore altamente
eterogeneo dal punto di vista molecolare. I melanociti, che sono le cellule normali,
possono infatti trasformarsi in cellule neoplastiche seguendo diverse vie metaboliche
e attraverso differenti alterazioni molecolari. Pertanto una terapia antineoplastica
aspecifica (per esempio, quella basata su chemioterapici e citostatici) ha sempre
prodotto risultati limitati. Perciò, nel corso degli ultimi anni, studi
effettuati nei nostri laboratori su circa 500 pazienti con melanoma hanno consentito
di identificare e caratterizzare i meccanismi molecolari alla base dello sviluppo
e della progressione di tale malattia. Il nostro gruppo di ricerca ha partecipato
alla scoperta del gene BRAF, alterato nella maggioranza dei pazienti con melanoma.
Si è poi dimostrato che tale gene è mutato quasi esclusivamente
nelle cellule malate, ma non in quelle sane di tali pazienti. Si è così aperta
la strada verso la sperimentazione di farmaci selettivi in grado di inibire specificamente
l'azione del solo gene BRAF mutato».
In che modo è stato possibile realizzare tutto ciò?
«Partendo dal fatto che nel melanoma, come in tutte le altre forme
neoplastiche, la tumorigenesi è associata ad alterazioni sequenziali di
determinate regioni di DNA. I recenti progressi della genomica ci hanno consentito
di caratterizzare tutto ciò come un processo a tappe, associato
a una serie di mutazioni di specifici geni coinvolti nella regolazione del normale
funzionamento cellulare. Proprio sulla base della caratterizzazione di meccanismi è possibile
attuare una classificazione molecolare mediante analisi immunoistochimica su
tessuti tumorali da pazienti con melanoma (utilizzando, dal punto di vista diagnostico,
anticorpi diretti contro i principali geni di queste sequenze molecolari: p16CDKN2A,
p14CDKN2A, ERK, MITF, RB, pTEN, p53, cyclinD1)».
Quindi che cosa succede?
«Tale classificazione molecolare sarà in grado di suddividere
i pazienti con melanoma in sottogruppi più propriamente correlati
alla biologia della malattia, ciascuno dei quali da indirizzare poi al
trattamento più adeguato per quel tipo di alterazione molecolare
presente. Utilizzando il melanoma come modello di neoplasia si comprende
come una stessa terapia non può essere somministrata indistintamente
a tutti i pazienti, in quanto ognuno può essere affetto da un tumore
che si è sviluppato attraverso
alterazioni molecolari diverse e che può, quindi, avere un diverso
comportamento biologico (aggressività, grado di malignità,
prognosi ecc.). Tutto ciò serve ulteriormente a supportare l'attuale
ipotesi che bisogna rendere sempre più omogenei i sottogruppi di
pazienti da indirizzare ai diversi trattamenti terapeutici, in modo da
ottimizzare la correlazione tra biologia della neoplasia e risposta terapeutica».
Cosa ci prospetta il futuro?
«Tale classificazione molecolare ci ha permesso di elaborare
dei protocolli diagnostici da introdurre nella pratica clinica aprendo,
così, la strada
alla cosiddetta terapia mirata, o 'target therapy', che utilizza
farmaci specificamente attivi contro i geni bersaglio alterati. In conclusione,
questo tipo di ricerche dimostra che una malattia complessa come il cancro
va diagnosticata e trattata in maniera egualmente complessa e articolata.
E' necessario sottoporre i pazienti a cure sempre più personalizzate o,
meglio, mirate al singolo, diminuendo, così, il rischio di insuccessi
ed effetti collaterali (che magari costringono all'abbandono della terapia, ndr)».
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