N. 4 aprile 2007

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Risponde il professor Ermanno Leo, Direttore dell’Unità Operativa di chirurgia dei tumori colorettali dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
Tel. 02.23902616

Professor Leo, ogni anno 37mila italiani sono colpiti da tumore del colon retto. Qual è la prevenzione da attuare?
Il tumore del colonretto è la seconda neoplasia killer tra uomini e donne dopo il cancro al polmone, con 45mila nuovi casi e 18mila morti l’anno solo nel nostro Paese. Più del 50% dei tumori del colon viene diagnosticato in fase avanzata quando l’efficacia dei trattamenti diminuisce sensibilmente. La prevenzione rimane quindi una delle armi principali contro questo carcinoma. E in questa direzione si stanno muovendo molte associazioni di esperti. Dovrebbe esserci la consapevolezza nella popolazione, soprattutto dopo i 50 anni, età in cui si registra il 90% dell’incidenza, di quanto sia importante consumare più verdura per far diminuire il rischio del 20%. Sul piano della prevenzione dei tumori del colon retto si sta diffondendo in Europa e in tutti i paesi occidentali l’importanza della ricerca del sangue occulto nelle feci. Questo screening di massa consente di ridurre la mortalità dal 15 al 30 per cento. E’ un test che va effettuato almeno ogni due anni, meglio ogni anno nei pazienti a rischio, cioè in quelle persone che hanno avuto familiari malati. Questo test può essere associato a una colonscopia, effettuata ogni dieci anni, dopo i 50 anni di età. Questo esame è in grado di individuare il 75% dei tumori. E’ anche importante adottare una dieta con pochi grassi e povera di carne rossa, ma abbondante di fibre, vegetali e frutta. Identificando in modo precoce le lesioni che provocano il sanguinamento si può intervenire chirurgicamente con tempestività ed ottenere la guarigione nel 70-80% dei casi. Le attuali cure consentono di guarire un paziente su due. Spesso si tratta di un piccolo adenoma (tumore benigno) che nell’arco di 15-20 anni si trasforma in un tumore maligno, ma che se preso in tempo non ha un esito infausto.

Presso il suo Istituto è in corso una sperimentazione con un vaccino terapeutico, puoi dirci qualcosa di più?
E’ necessaria una premessa. Nel 1997 ho costituito Areco, un’associazione onlus che promuove gli studi chirurgici nell’oncologia colon-rettale, finalizzata alla cura dei tumori nel rispetto della qualità della vita dell’uomo. Questa associazione ha finanziato gli studi e la sperimentazione (circa 60 mila euro) di un vaccino già testato su animali con ottimi risultati, che impiega la survivina, una proteina presente nel carcinoma del colon retto.
Il vaccino addestra i linfociti ‘soldati’ del sistema immunitario e li arma contro le ricadute del cancro, ‘congelandone’ la crescita ed evitando metastasi. La prima fase della sperimentazione è stata autorizzata su 15 pazienti “giunti all’ultima spiaggia” dopo il fallimento delle terapie tradizionali”, ed è partita nel giugno 2005. Il vaccino, che si inocula sotto pelle per 9 volte nell’arco di 6 mesi, contiene frammenti (peptidi) di due proteine presenti sulla superficie delle cellule tumorali: Cea e survivina, quest’ultima usata per la prima volta al mondo contro il cancro al colon-retto. Dei 9 malati finora coinvolti, 5 hanno completato il ciclo di vaccinazione: in tutti il tumore è stato bloccato e in due, alcuni test ad hoc hanno individuato una reazione immunitaria specifica contro il cancro. Il vaccino serve a rafforzare la risposta immunitaria presente in quantità diversa in una persona ammalata. La survivina è un marcatore in grado di predire la probabilità di progressione del vaccino. I risultati di questa sperimentazione sono stati molto soddisfacenti. Nel 60% dei pazienti è stata accertata la capacità dei linfociti di rispondere in vitro alla stimolazione con il vaccino, somministrando insieme una sostanza adiuvante (ciclofosfamide). Il siero è stato ben tollerato da tutti, salvo arrossamenti o indurimenti nella zona di inoculo. Inoltre, la qualità di vita dei pazienti trattati è molto soddisfacente: nessuno ha sviluppato metastasi. Ora siamo pronti per la fase due, con dosi più alte, che ci potrà dare più certezze. Il mio sogno è quello di identificare in anticipo quei malati a prognosi peggiore e utilizzare il vaccino per rendere operabili anche le loro ricadute.

Come è nato questo vaccino “made in Italy”?
Insieme a Giorgio Parmiani, direttore della struttura complessa di Immunoterapia dei tumori Umani del mio stesso istituto, abbiamo iniziato osservando quei pazienti che, a parità di stadio di diagnosi e cure ricevute, nel tumore non presentavano linfociti o che li presentavano in scarsissime quantità. Questi pazienti hanno una prognosi di otto volte maggiore. Da qui è nata l’idea di somministrare antigeni tumorali che stimolassero il sistema immunitario e richiamassero in loco i linfociti anticancro. Ma il vaccino non è l’unico asso per la cura di questa neoplasia. Il nostro ospedale è l’unico in Italia dotato dal 1990 di un reparto specializzato contro i tumori colo-rettali che raccoglie 4000 pazienti l’anno di cui 700 restano in cura. Nel 1996 abbiamo lanciato la chirurgia conservativa (anastomosi colo anale) contro questi tumori, prima operati con interventi mutilanti gravati anche da un tasso di recidive del 20-40 per cento, che con la nuova tecnica è sceso sotto l’8 per cento. Non solo, stiamo sperimentando anche nella diagnosi del cancro la sonda Trimprob già studiata per i tumori prostatici. E siamo protagonisti del primo accordo scientifico tra Italia e Giappone, paese diversissimo dal nostro per genetica, dieta e abitudini di vita. Per sei mesi abbiamo ospitato un chirurgo di Tokyo che ha riportato in patria fotocopie del nostro archivio, stilando un confronto tra le terapie giapponesi e quelle italiane contro il tumore del colon retto. I risultati? Premiano l’Italia.