N. 6/7 giugno/luglio 2005

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Risponde il professor Francesco Cognetti, direttore scientifico dell ’Istituto Regina Elena di Roma
tel. 06/52666919

Il 15% di tutti i tumori – più di 1 milione di casi per anno nel mondo – possono essere collegati a un'infezione virale, mentre un altro 5% può essere attribuito a infezioni batteriche e da parassiti. Sono numeri importanti che hanno spinto la ricerca a fare passi da gigante. Si è, infatti, giunti a un punto di svolta, soprattutto per quel tumore in cui l'origine virale, da papilloma virus, è accertata:quello della cervice uterina. L'applicazione più ambiziosa, che avrà maggiori ricadute in termini socio-sanitari, è la vaccinazione preventiva contro l'HPV. L'argomento è stato recentemente affrontato dai massimi esperti presenti al Congresso Nazionale su “Human Papilloma Virus: le acquisizioni di base e la ricerca clinica”, organizzato dall'Istituto Regina Elena di Roma.

Professor Cognetti, a che punto è il vaccino contro il papilloma virus?
Attualmente il Nostro Istituto, assieme ad altri 4 centri italiani (l'oncologia di Brescia, il S. Andrea di Roma, il “Basca ” di Napoli e l'oncologia di Palermo), sta portando avanti lo studio FUTURE in fase III. Si tratta della sperimentazione clinicamente avanzata di un vaccino contro l'Human Papilloma Virus. Finora, dai dati preliminari è emerso che nelle donne vaccinate la risposta immunitaria è almeno 40-60 volte maggiore rispetto a quella naturale. Pertanto, al momento, possiamo garantire un'ampia protezione. Se i risultati saranno confermati, sarebbe spianata la strada per la completa vittoria sull'HPV, responsabile della totalità dei tumori del collo dell'utero.

Allora, potrebbe precisare la composizione del vaccino, le modalità d'uso e le eventuali controindicazioni?
Innanzi tutto, vorrei ricordare che parliamo di un vaccino profilattico tetravalente anti-HPV, che è inoculato per via intramuscolare. È composto da una miscela di quattro piccoli tratti di virus, i tipi 6 e 11, geneticamente a maggior rischio di condilomatosi (la patologia sessuale da HPV ampiamente diffusa, ndr) e i genotipi 16 e 18, ad alto rischio di tumore. Si tratta di un vaccino sicuro:non sono stati registrati effetti collaterali importanti. La vaccinazione, somministrata in tre riprese, ovvero al tempo zero, dopo due mesi e dopo sei, assicura una certa protezione sia dall'infezione da condilomi (che colpisce il 75%delle donne sessualmente attive, ndr) sia dall'insorgenza di lesioni che, seppur in una minoranza di casi, inducono al tumore del collo uterino.

In attesa della commercializzazione del vaccino, prevista per il 2007, quali sono le attuali misure per prevenire il cancro dell'utero?
Noi e pochi altri in Italia, come già da tempo in altri Paesi occidentali (tra cui USA, Germania, Francia e Regno Unito), eseguiamo alle pazienti il pap-test abbinato ad una nuova metodica ovvero il test per il papilloma virus. Adottando una strategia diagnostica di combinazione, l'obiettivo è concentrare gli sforzi clinici solo su soggetti realmente ad alto rischio. Così facendo, si hanno dei grandi risultati, come il risparmio di tempo e di denaro accompagnati da una sensibile riduzione di ansia in tutte le altre donne.

Secondo le ultime statistiche, in Italia ogni anno vi sono circa 3. 500 nuovi casi di neoplasie della cervice uterina. Tali tumori insorgono soprattutto in donne giovani fra i 30 e i 35 anni. Professor Cognetti, come è possibile risolvere il problema nel miglior modo?
Vorrei consigliare a tutte le ragazze e donne sessualmente attive di sottoporsi regolarmente a una visita ginecologica e di eseguire il pap-test abbinato al test per il papilloma virus. Il motivo? Per evitare in futuro l'insorgenza di una neoplasia della cervice uterina. Quando però si diagnostica un tumore, la terapia da adottare dipende molto dal grado e dal numero delle lesioni tumorali riscontrate. Per esempio, in caso di malattia avanzata (lesioni estese, ndr), si effettuerà un'isterectomia combinata, a seconda del parere medico, a chemio o radioterapia. Invece, in presenza di lesioni di basso grado (pretumorali, ndr), la tendenza è quella di monitorare nel tempo senza dover distruggere nulla, ma controllando periodicamente il loro stato. Ciò consente di evitare trattamenti invasivi sul collo dell'utero mantenendo così intatte, le capacità riproduttive.