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Risponde il professor Lucio Fortunato, responsabile del Dipartimento di Chirurgia Oncologica presso lOspedale M.G. Vannini Istituto Figlie di S. Camillo di Roma
(Tel. 06.24291479; fax 06.24291326).
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A Roma, al III° congresso sulle Innovazioni e controversie nel trattamento del cancro della mammella organizzato dal Dipartimento di Chirurgia Oncologica dellOspedale Vannini, hanno partecipato i massimi esperti di fama internazionale. Tra i relatori il professor Cliff Hudis, direttore del Centro di Oncologia del Memorial Sloan Kettering Hospital di New York. Hudis ha aperto i lavori facendo il punto sulla situazione mondiale della chirurgia e dei trattamenti del tumore al seno. Il suo intervento ha suscitato però forti reazioni nel pubblico, per la proposta di rendere come procedura routinaria per tutti i tumori mammari in fase iniziale la tecnica del linfonodo sentinella.
Professor Fortunato, in quanti ospedali o centri oncologici del nostro Paese si pratica tale metodica?
«Direi che, rispetto ad altre nazioni, in Italia ci sono molti centri oncologici che utilizzano la tecnica del linfonodo sentinella. Tuttavia non siamo ancora alla totalità del Paese. Nonostante vi sia unampia letteratura scientifica sulla validità della metodica, ci sembra un po assurdo che vi siano ancora alcuni chirurghi che non la utilizzano. È inammissibile che in molte donne, circa il 70 percento dei casi, venga effettuata inutilmente leliminazione completa dei linfonodi ascellari. Si tratta di un intervento altamente invasivo. Perciò il suggerimento è di procedere con lo svuotamento ascellare ogni qualvolta ne esistano le necessarie condizioni. Ovvero quando con la tecnica del linfonodo sentinella il risultato è positivo. Ci preme, quindi, raccomandare ai nostri colleghi di essere il più possibile conservativi. Bisogna evitare inutili sofferenze alle pazienti».
Al congresso romano, tra le tante novità sui trattamenti per il cancro della mammella, è stata presentata lanalisi spia.
Di che si tratta?
«È un esame della biopsia del midollo osseo che si chiama Immunoistochimica-IHC e utilizza la tecnica dellRT-PCR. Per non alimentare false speranze, va detto però che siamo ancora in una fase sperimentale. Alla fine dellintervento chirurgico per il tumore della mammella, quando la donna è ancora sotto anestesia, si effettua un prelievo del midollo osseo. Poi, in laboratorio, si studia il DNA delle cellule prelevate, amplificandole per alcune migliaia di volte così da poter individuare le cellule cancerose. È noto che, indipendentemente dalla tipologia e dalla fase del tumore asportato, è possibile che nella paziente vadano in circolo alcune piccole cellule maligne. Fino a ora non era possibile identificare queste cellule. Con lanalisi spia, invece, si potrebbe accertare, indipendentemente dallesito dellintervento, la presenza o meno di cellule tumorali nascoste. Queste, una volta scovate, potrebbero indicare che una donna ha un elevato rischio di ammalarsi, a distanza di tempo. A questo punto possono essere attuate precocemente le terapie mirate. Non scoprendo invece alcuna cellula, si può affermare che la donna è definitivamente guarita. Così, non ci sono più dubbi o controlli inutili».
Professor Fortunato, da quanto tempo si effettuano questi esperimenti nella Divisione di Chirurgia Oncologica del Vannini?
Da quattro anni. Sia chiaro: al momento non riveliamo né alla paziente (pur avendo avuto il consenso informato, ndr) né alloncologo di riferimento la risposta dellanalisi. E questo perché vogliamo essere sicuri che la risposta sia giusta. Finora abbiamo compiuto le analisi su duecento donne, tutte romane, sottoposte a intervento al seno. Nelle donne che si erano sottoposte allintervento per un tumore in fase iniziale lanalisi spia ha scoperto cellule nascoste nel 25 percento dei casi. Nelle donne che si erano sottoposte allintervento per un tumore in fase avanzata lanalisi spia ha, invece, scoperto cellule nascoste nel 45 percento dei casi. È unindagine molto delicata e molto importante. Era stata messa a punto anni fa, poi era stata abbandonata perché le tecniche di accertamento non erano sofisticate come quelle di oggi. Lo stesso studio, anche se con percorsi diversi, è stato compiuto a Houston da unéquipe coordinata dal dottor Massimo Cristofanilli. Gli studiosi hanno compiuto le ricerche su donne con metastasi sottoposte a intervento chirurgico al seno. I risultati, lo ricordo, sono stati pubblicati dal New England Journal of Medicine».
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