N. 11 novembre 2004

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Risponde la dottoressa Anna Costantini,
responsabile del settore di Psiconcologia,
presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma.
Tel. 06.80345800

Come e quanto informare un paziente con tumore è un argomento complesso e assai discusso. Al suo interno, infatti, si ritrovano coinvolti diversi attori: l’ammalato e i suoi familiari, il medico e la struttura ospedaliera. Per molto tempo, la convinzione che una diagnosi di patologia tumorale equivalesse, sempre e comunque, a una storia di sofferenza ha fatto in modo che numerosi medici e familiari preferissero negare al paziente ogni tipo d’informazione. In anni più recenti però, sia per il miglioramento delle cure e della prognosi sia per la crescita della coscienza culturale dei malati, questo atteggiamento è andato progressivamente cambiando. Ci si è chiesti allora se “dare informazioni”, cioè raccontare e spiegare tutta la verità, provocasse più ansia e difficoltà ai pazienti o se al contrario migliorasse il modo di vivere la malattia e le relative cure. La tematica è stata recentemente affrontata nel workshop “La comunicazione medico-paziente nel cancro avanzato” organizzato dall’Ospedale Sant’Andrea in collaborazione con la Regione Lazio e finanziato dall’Azienda Farmaceutica Novartis.

Quali domande, di solito, un malato con diagnosi di cancro pone allo specialista?
“Spesso nessuna. Il motivo? Il malato neoplastico trova molte difficoltà nel formulare dei quesiti, magari
perché atterrito dalla diagnosi di una malattia “infausta”. Tale atteggiamento è interpretato in maniera erronea dall’oncologo. Questi, infatti, pensa che il soggetto non desideri sapere. In altri casi, purtroppo non rari, è lo stesso medico a impedire la comunicazione assumendo un atteggiamento distaccato, frettoloso e utilizzando un linguaggio tecnico. Entrambi i comportamenti risultano sbagliati e devono essere corretti. Nel primo caso, suggeriamo allo specialista di conquistare la fiducia del proprio paziente e di aiutarlo poi a formulare le domande. Nel secondo caso, l’oncologo deve ricordarsi che l’informazione è un diritto innegabile del malato. Per cui è obbligato a fornire al suo malato, in maniera comprensibile, tutte le indicazioni utili per affrontare al meglio la malattia oncologica”.

Attualmente, nonostante i progressi terapeutici, molti soggetti con cancro trovano difficile chiedere ragguagli sulla propria patologia. È possibile, consigliare a costoro una tattica per superare l’ostacolo?
“Certamente. Si deve ricordare al paziente che molte volte si gira intorno all’argomento prima di porre la domanda che sta a cuore. Per cui il nostro interlocutore fa fatica a capire quello che esattamente vogliamo sapere. Prima di fare altre considerazioni, dunque è opportuno chiedere immediatamente e in modo diretto quanto si vuole conoscere. Per esempio: “Dottore, è vero che questo farmaco fa male?” oppure: “Dottore, qual è la sua diagnosi dopo l’ultimo esame?” È bene tenere conto inoltre che il tempo dedicato alle visite e ai colloqui è necessariamente limitato. Per cui il suggerimento è quello di organizzare prima le proprie domande, i dubbi, le necessità in modo da poter sfruttare al meglio l’occasione della visita. Potrebbe risultare utile scrivere le domande e leggerle al medico così da proteggersi da un’eventuale ansia paralizzante”.

Dottoressa Costantini, è noto che i soggetti con una neoplasia allo stesso stadio non possono essere trattati alla stessa maniera. Quale linguaggio utilizzare?
“È vero. Infatti è necessario ricordare che quella tumorale è una malattia che si sviluppa progressivamente nel tempo e in modo molto diverso da un caso all’altro. Il processo d’informazione deve tenere conto di queste caratteristiche. Molti pazienti con una diagnosi di cancro, dopo la chirurgia, le terapie e un lungo periodo di controlli sono risultati guariti. Per altri, invece, la patologia neoplastica si è sviluppata in modo graduale fino a diventare una malattia senza possibilità di guarigione. Il messaggio che si può dare è quello di cercare nel rapporto con il medico curante la strada e la strategia per affrontare nel tempo tutto il bisogno di sapere dell’ammalato e della sua famiglia. Ancora lo specialista deve aspettarsi che dal momento della diagnosi e per tutto il decorso della malattia il paziente richieda molti chiarimenti. E infine, considerata la complessità della malattia e la sua gravità, si può dire che “l’ammalato di tumore viva di informazioni”.