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N. 1/2 gennaio/febbraio 2003 |
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Pessimo umore fame e depressione: è colpa del Tamoxifen? Povero Tamoxifen! Credo sia il farmaco più odiato, ma da alcune donne anche il più amato, che esiste nella farmacopea mondiale. I disturbi che Lei lamenta fanno parte indubbiamente degli effetti collaterali riportati anche sulla scheda tecnica. Non dimentichiamo che è un antiestrogeno e di conseguenza un farmaco che può mandare una donna in menopausa con tutte le conseguenze del caso. Sicuramente la scarsa propensione ad assumerlo accentua questa sintomatologia. La psiche gioca sempre un ruolo importante quando si parla di questo tipo di farmaci, anche perché il doverlo prendere costantemente, tutti i giorni, ti rimette di fronte ad una realtà (aver avuto un tumore) che invece vorresti rimuovere. Per quanto riguarda il dosaggio sono in corso studi che si prefiggono di valutare se dieci mg. hanno lo stesso effetto dei venti mg. canonici, anche se i risultati di questi protocolli, trattandosi di una terapia adiuvante, saranno sicuri solo tra parecchi anni. Il pericolo rimane quello di non avere leffetto terapeutico e di mitigare solo in minima parte i disturbi con un dosaggio minore. Lesercizio fisico, così come una condotta di vita più salutare (sospensione del fumo per chi fuma, alimentazione ricca di fibre e povera di grassi, ecc.) fanno certamente bene a tutti, non solo a chi è stato colpito da questa malattia. Per quanto riguarda lultima parte della domanda ovvero cosa comporta la sospensione del farmaco, dipende dallo stadio della malattia che stiamo curando. Ci sono pazienti che hanno un basso rischio di recidiva locale o a distanza che potrebbero anche non assumerlo, ma che si sentono tutelate per 5 anni (quello che io chiamo lombrello psico-farmacologico) mentre ci sono pazienti a rischio più elevato in cui la sospensione può comportare un notevole aumento di probabilità di recidiva. In ogni caso credo che in questo momento il seguire le indicazioni internazionali di trattamento (linee guida), sia in termini di dosaggio che di tempo di assunzione, possa mettere tranquilli i medici e le pazienti. Effetti della radioterapia La radioterapia è un trattamento loco-regionale a tuttoggi complementare ad un intervento chirurgico conservativo nel trattamento del tumore della mammella. Il motivo per cui viene fatta è che nessun esame prima dellintervento ci può garantire che non ci siano microfocolai di tumore nella parte residua della mammella che né la mammografia né lecografia hanno evidenziato. Indubbiamente dobbiamo registrare un 10-20% di probabilità di avere effetti collaterali loco-regionali dovuti alla radioterapia che vanno dalleritema sul campo irradiato (una scottatura simile a quella che in estate può venire dopo una prolungata esposizione al sole senza protezione) fino alla vera e propria ustione con ulcerazione della cute in casi rarissimi. Nonostante ciò i dati della letteratura indicano in circa il 5-7% le probabilità di avere una ripresa locale di malattia anche a distanza di anni dallintervento. LExamestane contro il tumore del seno LExamestane è un inibitore dellaromatasi di terza generazione. Il suo meccanismo dazione consiste nellinattivare con un legame indissolubile laromatasi, un enzima che ha un ruolo importante nella biosintesi degli estrogeni. Questo lo differenzia dagli altri inibitori (Anastrazolo e Letrazole) che formano un legame con laromatasi temporaneo e reversibile. Tutti questi farmaci hanno dato nel corso degli ultimi anni un importante contributo nel trattamento del carcinoma mammario in fase avanzata, risultando in termini di risposte una valida alternativa al tamoxifene. Proprio per questo motivo il loro utilizzo è passato dalla fase avanzata della malattia alla fase precauzionale in diversi studi internazionali che sono tuttora in corso. Alcuni mesi fa sono stati pubblicati i risultati preliminari di uno studio siglato ATAC (circa 9.000 pazienti in fase adiuvante) che aveva come obiettivo quello di verificare il confronto tra il tamoxifene, lanastrazolo e lassociazione tra tamoxifene e anastrazolo somministrati per 5 anni. La valutazione intermedia, a 3 anni di follow up mediano dallinizio dello studio, sembrerebbe dimostrare una superiorità dellinibitore dellaromatasi rispetto al tamoxifene in termini di numero minore di riprese di malattia e percentuale minore di effetti collaterali. A questo punto ci si chiede: perché non somministrare quindi linibitore dellaromatasi al posto del tamoxifene alle donne con tumore della mammella ormonodipendente? La risposta a questo quesito è stata pubblicata nello scorso mese di luglio su una prestigiosa rivista, il Journal of Clinical Oncology. I dati ATAC, ancorché molto interessanti, sono considerati troppo freschi, cioè con un periodo di osservazione troppo breve per diventare pratica clinica corrente. Forse tra due o tre anni, se si confermeranno gli stessi risultati, gli inibitori dellaromatasi prenderanno il posto del tamoxifene nel trattamento precauzionale del tumore della mammella ormonodipendente. |