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Una nuova arma contro il carcinoma ovarico

Paola Sarno, N. 8/9 agosto/settembre 2009

Anche oggi, che la mortalità per tumori è diminuita notevolmente, rimane molto difficile diagnosticare il cancro dell’ovaio, in quanto essendo asintomatico nella fase iniziale.  Né sono stati ancora sviluppati efficaci metodi di diagnosi precoce. Il carcinoma ovarico viene quindi generalmente scoperto solo  quando è purtroppo  già in fase avanzata , quando difficile è una sua risoluzione in positivo.
Ciò benché la neoplasia ovarica  sia tuttora la  più aggressiva tra i tumori ginecologici con 165.000 nuovi casi all’anno nel mondo, vale a dire il 5% di tutti i tumori femminili in Europa. Solo in Italia colpisce 4.mila le donne ogni anno. Il cancro dell’ovaio è inoltre più frequentemente riscontrato nella popolazione caucasica, nei Paesi dell'Europa nord occidentale e negli USA e, al contrario, assai meno frequente nei Paesi asiatici, africani, sudamericani. Tra i fattori di rischio: l'età, in particolare il periodo post- menopausa, con picchi massimi di incidenza riscontrati tra i 50 e i 69 anni; il menarca precoce e la menopausa tardiva e il non aver avuto figli. L'aver avuto più figli, l'allattamento al seno e l'uso a lungo termine di contraccettivi estro progestinici, al contrario,  ne diminuiscono il rischio di insorgenza e sono quindi fattori di protezione. Esiste però un altro fattore di rischio (responsabile del 7-10% dei cancri all’ovaio)  rappresentato da alterazioni genetiche che si tramandano di generazione in generazione e che in base alla loro rilevanza possono produrre  anche  carcinoma della mammella. In ogni caso l'esistenza in famiglia di tumore dell'ovaio non dà la certezza che questo si ripresenti in tutte le donne imparentate, ma aumenta solo il fattore di rischio alla popolazione generale. Nei casi appartenenti a famiglie con alta presenza di tumore dell'ovaio o carcinoma della mammella può essere utile un esame genetico per stabilire il rischio del singolo individuo. E qualora il soggetto fosse portatore di una mutazione genetica va adottato un programma di stretta sorveglianza con mammografie ed ecografie.
La ricerca traslazionale, cioè il trasferimento dei dati ottenuti in laboratorio al letto del paziente, rappresenta sicuramente un importante traguardo nella ricerca oncologica ed in particolare nel trattamento del carcinoma ovarico. In seguito ai trattamenti chemioterapici attualmente disponibili, infatti, solo il 30% delle pazienti affette da questa neoplasia sopravvive oltre i cinque anni . Per questo motivo i ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) di Roma hanno studiato il meccanismo molecolare che favorisce la diffusione metastatica nel tumore ovarico e come l’utilizzo di particolari farmaci con bassa tossicità possa ridurre significativamente tale processo.
Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista scientifica Pnas, edita dall’Accademia delle Scienze statunitensi, rivela il meccanismo molecolare attraverso il quale il recettore A dell’endotelina accentua la diffusione metastatica, servendosi di un “interruttore molecolare”, la beta-arrestina. Di potenziale interesse clinico, soprattutto il blocco selettivo del recettore A dell’endotelina con farmaci che provocano una significativa riduzione delle potenziali metastasi. L’indagine- resa possibile dal sostegno dell’Associazione Italiana Ricerca Cancro (AIRC) - ,  è stata condotta da Laura Rosanò, nel gruppo coordinato da Anna Bagnato del Laboratorio di Patologia Molecolare dell’IRE  (già diretto da Pier Giorgio Natali) - in collaborazione con il gruppo coordinato da Annamaria Biroccio del Laboratorio di Chemioterapia Sperimentale dello stesso Istituto.
 “Si tratta di risultato è molto importante”, ha commentato Anna Bagnato, “perché evidenzia un meccanismo che connette due distinte famiglie di recettori,  quelli accoppiati a proteine G , come il recettore A dell’endotelina, e quelli con attività tirosinchinasica, come quello per l’epidermal growth factor, che regolano la crescita e la progressione neoplastica. L’utilizzo di farmaci, e in particolare di quello denominato ZD4054, pertanto, agendo a monte dei segnali attivati contemporaneamente da  questi due recettori, è di particolare interesse per le applicazioni cliniche.”
In precedenti studi, infatti, i ricercatori  avevano dimostrato che questo farmaco inibisce la crescita tumorale, favorendo la morte cellulare (apoptosi) e potenzia l’effetto citotossico chemioterapico quando viene associato ai farmaci, come i taxani , usati oggi nel trattamento del carcinoma ovarico.  Lo ZD4054 è somministrabile per bocca e quindi generalmente ben accettato dai pazienti. Studi clinici di fase I e II sul carcinoma della prostata condotti negli USA, inoltre,  ne hanno dimostrato una bassa tossicità e una farmacocinetica estremamente favorevole.
Il risultato descritto su PNAS apre quindi prospettive incoraggianti: per questo motivo e sulla scorta di tali risultati, che garantirebbero una strategia terapeutica specifica, mirata e meno tossica,  si muove anche un altro studio multicentrico italiano, che include anche centri tedeschi,  ed è coordinato da Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica A dell’IRE. La ricerca valuterà in una sperimentazione clinica di fase II lo ZD4054 in combinazione con il paclitaxel ed il carboplatino in pazienti affette da carcinoma ovarico.

Europarlamento: necessario ridurre le infezioni ospedaliere del 20% entro il 2015
Il Parlamento Europeo ha chiesto una riduzione del 20% entro il 2015, pari a circa 900 casi all’anno del numero delle persone che ogni anno vengono colpite da infezioni contratte in ospedale, complicazioni legate a interventi chirurgici o a errori medici. Tale proposta di raccomandazione per i Paesi membri dovrà essere adottata dal Consiglio dei Ministri Ue. Tuttavia il pronunciamento suggerisce già agli Stati membri una serie di misure di prevenzione e chiede di rafforzare la formazione degli operatori e la consapevolezza degli stessi pazienti sui rischi e sui loro diritti in caso di incidenti. Le stime più recenti indicano, infatti, che nei paesi europei nell’8%-12% dei casi, i pazienti ospedalizzati soffrano di tali problemi. A ricevere cure sanitarie, circa 6,7 milioni - 5 milioni di degenti ricoverati. Oltre 37 milioni di pazienti, invece quelli  che chiedono cure primarie ed assistenza per debellare le infezioni. Le complicazioni insorgono soprattutto durante o dopo interventi chirurgici o per errori causati da difetti bella somministrazione dei farmaci. Si ritiene, inoltre, secondo i dati rilevati dal parlamento Europeo, che le infezioni nosocomiali colpiscano in media un paziente su venti -  vale a dire 4,1 milioni di pazienti all’anno nell'Unione Europea -  e che circa 37.000 decessi siano dovuti ogni anno alle conseguenze di tali infezioni.

Compassion fatigue: il disturbo psicologico di chi cura i malati terminali
Prendersi cura di un malato terminale ed essere costantemente testimoni delle sue sofferenze e dei suoi dolori può indurre gli operatori sanitari a sviluppare un disagio psicologico detto “compassion fatigue”, che si manifesta con sintomi d'ansia, depressione, irritabilità ed eccessivo cinismo. Un'ampia review pubblicata dalla rivista Journal of Health Psychologyfa luce sui principali sintomi di questo disagio molto difficile da diagnosticare in quanto i suoi sintomi si confondono con quelli di una sindrome da burnout, di un disturbo post-traumatico da stress o di uno stress traumatico secondario e che solitamente colpisce i soggetti più scrupolosi e perfezionisti sul proprio lavoro e che reagiscono con rabbia e manifestazioni tipiche di un disturbo depressivo.“Se il tuo lavoro di tutti i giorni consiste nell'assistere dei pazienti i quali, malgrado il tuo costante impegno, non riusciranno a sopravvivere, è molto probabile che ciò ti porti a sviluppare una sorta di scoraggiamento e a dire: 'non c'è niente che io possa fare di più'”, ha scritto Caroline Carney Doebbeling, dell'Indiana University School of Medicine, responsabile dello studio. “Per contrastare l'insorgenza di questo disagio psicologico, i sistemi sanitari dovrebbero organizzare training e incontri con gli operatori sanitari che si occupano di assistenza ai malati terminali, per insegnare loro come rapportarsi ai pazienti e alla loro malattia”, ha concluso Doebbeling, “invitandoli a mantenere una buona comunicazione con i colleghi di lavoro, gli amici e i familiari, per esternare meglio i loro sentimenti e mantenere una buon benessere psicologico”.

La fiera delle sanità
Politici corrotti. medici cialtroni, imprenditori rapaci, criminali burocrati. Un giro d’affari da 100 miliardi di euro. Ecco chi mette in pericolo la salute degli italiani. Questo l’ultimo libro della giornalista  Daniela Minerva, “La fiera delle sanità”, (Rizzoli, Bur 2009, 12,50 euro) che porta alla luce abusi, truffe e disservizi della sanità italiana. Un quadro spesso inquinato dalla disgregazione sociale, da un malinteso programma di privatizzazioni, dalla invadenza della politica che ne fa un territorio di spartizione. Minerva analizza e fa luce nelle ombre delle ventuno sanità italiane guardando alla triste realtà di molti pazienti, costretti a penosi viaggi della speranza Scrive Daniela Minerva: “Ciò che ferisce è vedere i pazienti aspettare terapie, presidi, o anche solo informazioni,come fossero una grazia”. In generale la giornalista osserva che “l’Italia è antropologicamente un mosaico sorprendente, ma su questa difformità si è innestata la riforma costituzionale che ha dato ad ogni Regione il diritto-dovere di organizzarsi da sé l’assistenza sanitaria. Il risultato è oggi un puzzle”. Il libro analizza quando e perché gli agenti inquinanti hanno la meglio, ma anche come si potrebbe fare a debellarli. Non solo un libro di denuncia , quindi, ma che anzi vuole proporre soluzioni realistiche andando al nocciolo dei problemi, con uno stile asciutto e sostenuto dai numeri che offre una prospettiva di cambiamento nel confronto con alcuni modelli regionali di riferimento. Quali? La Toscana, l’Emilia Romagna e la Lombardia. Non manca infine anche il confronto con i sistemi sanitari di altri Paesi.

Farmaci ad hoc nella nuova unità operativa dell'ospedale sacco
Farmaci personalizzati  per ogni paziente, garanzia di maggior efficacia e minor rischio di effetti collaterali, che continuano a rappresentare una delle prime cause di morte al mondo. Sono questi gli obiettivi della nuova U.O. di farmacologia clinica dell'ospedale Sacco di Milano, alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni."E' una struttura unica in Lombardia e tra le prime al mondo", ha dichiarato Formigoni, sottolineando che “la Regione lombardia  ha finnaziato con oltre due milioni di euro, il nuovo fiore all'occhiello della sanità lombarda, che unisce farmacocinetica, farmacogenetica, farmacovigilanza e nel quale operano quattro biologi, un farmacista, un chimico, un chimico farmaceutico, un biotecnologo e un medico. La Lombardia, ricorda la Regione, "è la prima regione chimico-farmaceutica e biotech in Italia, con più di 100 imprese del farmaco e il 59% delle sperimentazioni cliniche rispetto al totale nazionale (3.164 dal 2000 al 30 giugno 2008)". Nel 2008 la regione ha investito in questo comparto 2,5 miliardi di euro, di cui quasi 700 milioni destinati all'acquisto di farmaci innovativi ad alto costo in ambito ospedaliero (oncologici, per le malattie rare e per i pazienti colpiti dall'Hiv). Con queste  nuove tecnologie ci si aspettano importanti sviluppi ed è possibile immaginare che i cittadini in futuro possano disporre di una 'tessera magnetica' con impresse le proprie peculiarità genetiche, necessaria per prescrivere la miglior terapia farmacologia per ognuno. "Già dal 2006 - ha concluso Formigoni - la Lombardia, prima regione in Italia, ha previsto inoltre il rimborso delle terapie oncologiche innovative ai malati. La nascita di questa Unità rappresenta quindi una concreta opportunità anche per rilanciare la nostra competitività a partire dalle eccellenze e dalle peculiarità del nostro territorio".

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