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Tumori renali

Minnie Luongo, N. 5 maggio 2009

“La prevenzione è la tua arma vincente”. Questo lo slogan scelto per l’ultima Giornata mondiale del rene, svoltasi lo scorso 12 marzo. Non a caso, infatti, il rene è un organo che non si vede, non si sente, non si palpa e, soprattutto, non dà segnali neppure quando si ammala. Negli ultimi anni, poi, l’aumento dell’incidenza del diabete e dell’ipertensione, assieme all’invecchiamento della popolazione e ai cambiamenti dello stile di vita in generale, hanno prodotto una rilevante crescita della popolazione a rischio di insufficienza renale cronica e conseguente ingresso in dialisi.
Ma perché una persona viene colpita da un tumore al rene? Esiste una predisposizione familiare oppure no? Quanto incide lo stile di vita? E ancora: questo tipo di tumore si può prevenire?
Per rispondere a tutti questi importanti quesiti ci siamo rivolti al Professor Gherardo Buccianti, nefrologo, già primario dell’Unità Operativa di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale E. Bassini di Cinisello Balsamo (Milano) e Presidente di ASPREMARE, Associazione per la prevenzione e la terapia delle malattie renali.

Parliamo di reni
«I reni sono, assieme al polmone e al fegato, i principali filtri che depurano l’organismo; in questi organi si accumulano, infatti, prodotti di degradazione che in alcune particolari situazioni possono raggiungere livelli tossici innestando lo sviluppo di una patologia neoplastica.
E’ opinione comune che il fumo sia il principale fattore di rischio del tumore al polmone; purtroppo anche nel tumore renale il fumo, sia attivo sia passivo, costituisce il principale fattore di rischio, che aumenta con l’età di inizio dell’abitudine,e con il numero delle sigarette fumate.
Probabilmente sono gli stessi motivi che portano ad un maggior sviluppo in ambiente urbano rispetto a quello rurale, e che vengono amplificati dall’obesità, dalle diete ricche di grassi animali, dalla malattia policistica dell’adulto ,dalle cisti renali acquisite e dall’uso eccessivo di prodotti analgesici contenenti fenacetina.
Mentre nei tumori benigni possiamo includere tutte le cisti renali semplici che sono di riscontro frequente in entrambi i sessi dopo i 50 anni (e che raramente degenerano in forme maligne) e l’angiomiolipoma (anch’esso a decorso generalmente benigno), i tumori renali maligni costituiscono circa il 3 percento di tutte le forme tumorali dell’uomo, il 90 percento dei quali è costituito dall’adenocarcinoma. La sua frequenza è doppia nei soggetti di sesso maschile rispetto al sesso femminile.
Purtroppo il tumore renale è spesso imprevedibile e può svilupparsi nel corso di alcuni anni, oppure essere caratterizzato da una crescita rapida e aggressiva. Questo andamento irregolare, accompagnato da una sintomatologia clinica del tutto assente quando il tumore è “incapsulato”, oppure da scarsi segni (quali la comparsa di sintomi come ematuria e dolori al fianco e, nei casi più fortunati, dalla comparsa di un varicocele sintomatico,soprattutto a sinistra) hanno come unica conseguenza che un terzo dei pazienti presenta metastasi già al momento della diagnosi, oppure la metastasi rappresenta il primo segno dell’esistenza del tumore. Non per nulla nel 50 percento dei casi la metastasi è al polmone precoce, o tardiva nella sua comparsa».

La politica di prevenzione
A proposito dell’eventuale possibilità di attuare una politica di prevenzione, l’esperto ci spiega che «la difficoltà maggiore nel fare prevenzione nelle patologie tumorali renali è legata fondamentalmente al decorso silente della malattia, sia nella sua insorgenza sia nel suo decorso, che è generalmente lento. Appare chiaro che, in assenza di markers tumorali di provata validità, la prevenzione migliore si ha con un riscontro il più precoce possibile della malattia. Questa affermazione che può sembrare ovvia è oggi possibile se si pensa alla potenzialità di un semplice esame quale è l’ecografia renale.
La prima ecografia viene eseguita in epoca prenatale e al momento del parto, focalizzando l’attenzione dell’operatore se nella storia familiare vi sono riscontri di patologia renale a carattere ereditario.
Purtroppo, sotto l’aspetto preventivo l’abolizione della visita di leva ha eliminato un’età filtro nella quale era possibile una prima valutazione sulla funzione di alcuni organi vitali quali il fegato, il rene e il pancreas, e di conseguenza ha impedito di consigliare, per esempio, di modificare alcune regole di vita o, nei casi patologici, di adottare provvedimenti terapeutici tempestivi.
Abolito il filtro della leva, un secondo filtro importante potrebbe essere rappresentato dall’esame per la patente di guida dove il candidato, oltre all’idoneità alla patente, dovrebbe presentare una valutazione del proprio stato di salute. O, ancora, penserei alla visita di assunzione per un impiego, per la quale attualmente si richiedono esami ematochimici ma non morfologici. Ultima possibilità di una valutazione morfologica: quella dell’età pensionabile.
Queste considerazioni sono legate al fatto che, a pensarci bene, le uniche volte in cui si fa una “valutazione d’organo” sono quelle che seguono un segno clinico o un sospetto del medico, oppure quando qualche tipo di anomalia o cattivo funzionamento viene casualmente riscontrato. In tali condizioni i margini di sicurezza sono sicuramente ristretti. La speranza è che tra qualche anno, quando per la visita medica verranno impiegati da tutti i medici non solo le mani ma anche le sonde che via via le sostituiranno, si potrà intravedere una reale ed efficace politica di prevenzione.
Fermo restando che la prevenzione di qualsiasi patologia non può e non deve comunque non basarsi sui principi fondamentali di una alimentazione corretta, dell’attività fisica giornaliera e del controllo regolare di tutte le funzioni d’organo».

Insorgenza di tumori renali nelle patologie a genesi ereditaria
Continua Buccianti: «Esiste poi la “malattia di Von Hippel Lindau”, malattia rara caratterizzata da una anomala crescita di vasi sanguigni (emoangioblastoma) in diversi organi, quali la retina, il cervello e il rene. Tale patologia va presa in considerazione soprattutto nei pazienti in rianimazione candidati alla donazione di rene,che può essere affetto dalla neoplasia.
Per quanto riguarda invece la malattia policistica dell’adulto, generalmente essa è una malattia a decorso lento che si manifesta clinicamente verso la quarta-quinta decade, e che evolve verso l’insufficienza renale.
Analogamente a quanto avviene per le cisti renali complesse e per le cisti renali acquisite che insorgono dopo dieci e più anni di dialisi, l’epitelio interno della cisti va incontro a ipertrofia e in seguito all’attivazione di proto oncogeni si trasforma in adenoma che, sotto l’effetto di fattori mutageni, conduce alla formazione di adenocarcinoma».

Un monito dall’Unione Europea
In occasione della “Giornata mondiale del rene” è arrivato anche un allarme da parte del Parlamento europeo, che ha sottolineato come sia necessario agire per promuovere diagnosi precoce e terapie personalizzate per le malattie renali, soprattutto tra i pazienti più a rischio.  Il monito è stato lanciato dalla European Kidney Health Alliance (Alleanza Europea per la Salute dei Reni) e dal Gruppo di Parlamentari europei per la Salute dei Reni, riuniti presso la sede del Parlamento europeo di Strasburgo con un gruppo di nefrologi, politici e associazioni di pazienti provenienti da diversi Paesi europei, fra cui l’Italia.
A dimostrazione di come siano necessari maggiori sforzi per prevenire la malattie renali croniche, i dati di un sondaggio realizzato (con il sostegno di Amgen) in 5 Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania) su pazienti affetti da malattie cardiovascolari e diabete: il 73 percento dei pazienti non era consapevoli dell’accresciuto rischio di danno renale cronico; solo metà (47 percento) degli intervistati aveva fatto controllare la propria funzione renale a un medico e, ancor peggio, oltre l’80 percento non aveva mai neanche discusso con il proprio medico delle misure da adottare per preservare la salute dei propri reni. I dati specifici relativi agli intervistati italiani sono ugualmente preoccupanti. In particolare, solo il 13 percento dei pazienti ha dichiarato di conoscere tutte le possibili conseguenze dell’insufficienza renale cronica.

La prevenzione in 10 punti
Poiché i reni rappresentano il filtro essenziale per la salute e la vita in generale del nostro corpo, bisogna averne cura e, come è stato ribadito anche durante l’ultima “Giornata mondiale del rene”,  la cura migliore resta quella della prevenzione. Pertanto, controllare i reni con check-up periodici equivale al primo passo perché il nostro organismo “stia bene”.
In particolare, questo il decalogo da seguire per attuare una corretta ed efficace opera di prevenzione delle patologie renali, che colpiscono in maniera silenziosa, ma non per questo meno grave:

  1. Controllare regolarmente la pressione arteriosa.
  2. Fare periodici esami del sangue.
  3. Con altrettanta periodicità fare esami delle urine.
  4. Sottoporsi ad un’ecografia renale.
  5. Sottoporsi ad un’accurata visita nefrologica presso uno specialista.
  6. Controllare i vasi periferici.
  7. Fare un ecocardiogramma.
  8. Sottoporsi ad un controllo delle carotidi.
  9. Seguire con costanza una dieta equilibrata.
  10. Attenersi a corretti stili di vita.

Da 30 anni un’Associazione in prima linea
As.Pre.Ma.Re -Associazione per la Prevenzione e la Terapia delle Malattie Renali- è una Onlus nata nel 1979. Obiettivo : “Il perseguimento di finalità di solidarietà sociale nell’intento di ottenere la riduzione delle malattie nefropatiche nella popolazione”. Pertanto l’Associazione si attiva nella prevenzione, nello studio e nel perfezionamento dei sistemi diagnostici e delle metodiche di cura. Il suo Presidente, il Professor Gherardo Buccianti, fa notare: «Oggi lo scenario è cambiato e la malattia renale da malattia d’organo è diventata espressione di malattia dell’intero organismo. Infatti, appare sempre più evidente che accanto alle malattie renali tradizionali, che fortunatamente si sono ridotte negli ultimi vent’anni grazie al miglioramento delle conoscenze e all’impiego di nuovi farmaci sempre più maneggevoli, sono comparsi sulla scena due nuovi giganti da sconfiggere: il diabete e l’ipertensione arteriosa che condizionano sempre più l’evoluzione della malattia verso l’insufficienza renale. Due condizioni sono indispensabili per raggiungere l’obiettivo: la presa di coscienza del problema da parte di tutti gli specialisti coinvolti; il coordinamento e la sinergia tra tutte le forze in campo (nefrologo, cardiologo, diabetologo, medico di medicina generale)». Negli anni Aspremare ha potenziato i Centri di Nefrologia e Dialisi (mediante donazioni di apparecchiature più moderne ed efficaci), ha elargito decine di borse di studio per la specializzazione e, con corsi di perfezionamento, ha seguito la ricerca clinica applicata per il miglioramento delle cure. Info: www.aspremare.it

Un italiano su 20 soffre di insufficienza renale cronica
Secondo un recente rapporto ben un italiano ogni 20  deve curarsi per insufficienza renale cronica. Oggi per questo tipo di malattia c’è una novità terapeutica (la notizia è stata data nel corso della Giornata mondiale del rene): è disponibile anche in Italia, infatti, C.E.R.A., Attivatore Continuo dei Recettori dell’Eritropoietina, la prima terapia a somministrazione mensile in grado di mantenere stabili i livelli di emoglobina. Da tempo i pazienti chiedevano terapie antianemiche più semplici e meno frequenti, come rivela l’indagine di TNS Healthcare su 650 pazienti “Italiani e insufficienza renale: bisogni e aspettative”.
Desiderio esaudito con  questa molecola di terza generazione in grado di mantenere livelli stabili di emoglobina con una sola somministrazione mensile, grazie all’innovativa modalità di interazione con il recettore che stimola la produzione di globuli rossi. Il farmaco mantiene stabili i livelli di emoglobina entro il range raccomandato dalle linee guida internazionali (compreso tra 11 e 12 g/dl), con una netta riduzione degli aggiustamenti di dose rispetto agli altri agenti stimolanti l’eritropoiesi (ESA) finora disponibili per i pazienti italiani e a parità di sicurezza. Si tratta di  una svolta nel trattamento dell’anemia renale e di un decisivo miglioramento della qualità di vita dei pazienti. Chi soffre di anemia renale, infatti, non ha dubbi: per 6 pazienti su 10 la malattia influisce significativamente sulla qualità della propria vita, come rivela sempre l’indagine di TNS Healthcare.

Soggetti a rischio
Al momento, la diagnosi di un tumore al rene può fare molta paura e creare apprensioni non da poco. E le domande sul “dopo” l’intervento da parte del paziente che deve sottoporsi all’asportazione dell’organo malato sono ancora tante. Ma è bene dire subito che oggi, a condizione di essere seguiti costantemente da uno specialista e di attenersi scrupolosamente alle sue indicazioni (farmacologiche e non), si vive benissimo e a lungo anche con un solo rene. Ciò non toglie che è bene sapere quali sono i soggetti particolarmente a rischio, in maniera da ricorrere a controlli frequenti e accurati. A grandi linee potremmo includere sei “categorie”:

  1. le persone di età superiore ai 60 anni;
  2. i soggetti che soffrono di ipertensione;
  3. i diabetici;
  4. le persone obese;
  5. i soggetti che abusano di farmaci antinfiammatori;
  6. i soggetti con predisposizione genetica.

Un tumore subdolo
Premesso che l’unica spia di allarme può essere (ma non sempre) qualche goccia di sangue nelle urine, anche per i fattori di rischio si naviga ancora a vista. Comunque, alcune correlazioni sono apparse solo tra tumore del rene e fumo, tra tumore del rene e diete molto ricche di proteine e di grassi di origine animale.  Sotto l’aspetto propriamente “genetico-molecolare”, invece, oggi gli esperti si basano su una classificazione dei tumori renali, alquanto recente, secondo la quale esistono due tipi principali, caratterizzati da un’alterazione del gene VHL o del gene MET. La prima alterazione si associa al carcinoma renale a cellule chiare sporadico, del carcinoma a cellule chiare ereditario (HCRC) e della “malattia di Von Hippel-Lindau”. L’alterazione del gene MET, invece, è alla base del carcinoma papillare ereditario e del carcinoma papillare sporadico. Le mutazioni di entrambi questi geni potrebbero essere usate come spie precoci di presenza e, anche, di ripresa del tumore.

Vivere senza un rene
L’asportazione chirurgica resta tuttora la terapia di elezione. Anche perché la sopravvivenza di un paziente operato con successo di un tumore colto agli esordi è equivalente a quella di chi non si è mai ammalato: il rischio di recidive della malattia  è basso e con ogni probabilità il paziente potrà mantenere in tutto e per tutto le sue abitudini di vita. Ma la chirurgia costituisce la terapia di riferimento anche nelle forme avanzate di tumore renale.
Dopo l’intervento, il paziente deve sottoporsi a controlli periodici per tenere la situazione sotto controllo ed evidenziare con prontezza un’eventuale ripresa del tumore, a livello locale o in altre regioni dell’organismo. In genere, viene suggerita una radiografia del torace, TAC dell’addome completo e una visita medica ogni sei mesi. Un po’ più intensi sono i controlli per i pazienti a maggior rischio di recidiva come, per esempio, coloro che hanno subito un intervento per neoplasie in stadio più avanzato o di tipo più aggressivo. Per questa categoria di pazienti i controlli vanno intensificati tra il secondo e il quarto anno dopo l’intervento chirurgico.

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