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La fede allunga la vita e aiuta a superare la malattia

Monica Melotti, N. 6/7 giugno/luglio 2007

Fede, preghiera e meditazione aiutano a invecchiare meglio e a superare i momenti di disagio, come una lunga malattia. L’esperienza psicoanalitica ha dimostrato che la persona anziana che fa affidamento a un atteggiamento positivo verso la religione può ottenere un valido aiuto nel mantenere integro il senso della propria identità. Non solo, la psiche influenza anche la salute. Tra cervello e sistema difensivo c’è un dialogo continuo, diretto alle emozioni. Per questo, stato d’animo e stili di vita hanno il potere di rinforzare o indebolire l’organismo. Questo legame viene studiato dalla psiconeuroimmunologia (Pni). «La disciplina si fonde sullo stretto legame delle tecniche di gestione dello stress e del rilassamento e un miglioramento significativo delle qualità della vita», spiega Luigi Torchio, medico chirurgo e studioso di medicine naturali a Torino. «La mente influenza direttamente il corpo attraverso sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, che mutano la chimica dell’organismo. Ogni emozione si traduce in un “linguaggio” chimico preciso che attiva comportamenti complessi (fame, sete, sessualità, dolore). I risultati scaturiti da oltre trent’anni di ricerca hanno dimostrato che il cervello sotto l’influsso di emozioni negative –odio, paura, dolore, rabbia, disperazione, frustrazione- produce importanti cambiamenti nella chimica e nell’equilibrio del corpo, anche peggiorando le malattie e provocando una maggiore vulnerabilità nelle stesse. Oppure al contrario può aiutare la salute con emozioni positive –amore, fede, speranza, fiducia, allegria, voglia di vivere- sono tutti sentimenti che generano emozioni positive e rafforzano la salute».

La religiosità nella terza età
La malattia è spesso presente nella Terza età. Vi è una relazione diretta fra età e incidenza della malattia. Una quota significativa di anziani soffre di patologie croniche, spesso multiple, e di disabilità che ne limitano l’autosufficienza. I problemi di salute più frequenti sono costituiti da artrosi, artrite, ipertensione, ma possono anche manifestarsi i tumori. Un altro grande dramma è la depressione, spesso presente negli anziani, perché si sentono impotenti e non hanno più progetti da realizzare. In tutti questi casi l’avere fede può essere di grande sostegno e aiutare a superare i momenti più drammatici dell’esistenza. Il tema della religiosità nella terza età è stato affrontato nell’ultimo congresso nazionale della Società italiana di gerontologia e geriatria (Sigg), dove sono emersi diversi aspetti interessanti: la religione come senso di appartenenza a un’entità spirituale può aiutare a tollerare gli sbagli o le rinunce della vita, la solitudine presente in vecchiaia e mantiene viva la speranza. «Ogni religione si presenta come un insieme strutturato di credenze, di valori, di precetti che marca fortemente il senso dell’esistenza dell’individuo», dice Arrigo Bigi, neuropsichiatra a Firenze. «Ne può trarre vantaggio l’anziano che per forza di cose è portato a riflettere sulla vita già in buona parte trascorsa, a fare un bilancio delle scelte operate. Quando questo bilancio non è soddisfacente, o peggio è punteggiato da troppe rinunce o da fallimenti, la persona viene invasa da inquietudine, insicurezza, fino al punto di smarrire il senso di sé. Ecco, dunque, che la religione può offrire un valido sostegno a questa condizione, sul piano individuale il rapporto con la trascendenza si traduce in un atteggiamento di fede, capace di lenire le angosce di una vita deficitaria. Un anelito alla ricerca dei valori assoluti».

Il tempo dell’anziano
Dice il filosofo Norberto Bobbio: “Il tempo del vecchio è il passato che rivive nella memoria. Il suo grande patrimonio è nel mondo meraviglioso della memoria, immagini di volti scomparsi nel tempo, di luoghi visitati in anni lontani, personaggi di romanzi letti, frammenti di poesie, scene di film, motivi di canzonette”. Attraverso il ricordo si può ricostruire la propria identità, uno dei fattori che assicura la salute mentale della persone ed evita di farla cadere in depressione. «L’invecchiamento non è una meravigliosa avventura è semmai il capitolo più incerto e impegnativo dell’esistenza umana», sottolinea Alberto Spagnoli, analista presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA) e direttore del Dipartimento "Disturbi Cognitivi e Psicogeriatria" del Centro Fatebenefratelli di Cernusco sul Naviglio (Milano). «Nel corpo comincia il declino, si diventa fragili e dipendenti. Più volte mi è capitato di sentire commenti sarcastici sul riavvicinamento a Dio e alla spiritualità di persone di mezza età o anziane. Ma proviamo a considerare con attenzione questo bisogno, senza per questo negare che può trattarsi di un riavvicinamento superficiale e strumentale. Quando si profilano il declino e la desituazione (una sorta di nomadismo del senso di identità) l'uomo riflette sulle proprie sconcertanti e dolorose esperienze e cerca rimedi. Ciascuno di noi custodisce in sé il credente e il non-credente che convivono e, nella seconda metà della vita, spesso tra loro confliggono. Nasce il “bisogno di Dio” (il disegno intelligente, la volontà divina) oppure, più in generale, il bisogno di spiritualità, che riguarda i valori, le priorità, l’attribuzione di senso e consistenza alla nostra esistenza, alle nostre relazioni, ai nostri progetti. E si fa sempre più pressante il bisogno di trovare un rimedio all’angoscia. Il senso religioso non è patrimonio soltanto di chi viene comunemente definito “credente”, ma dell’essere umano». Invecchiando si può riscoprire una fede più autentica e più matura, che non si accontenta di vivere in pace con la propria coscienza, ma si sente immersa nel destino della realtà circostante. Esiste anche una fede laica, credere in determinati valori, negli ideali, negli uomini. Non ci si deve necessariamente legare alla trascendenza per avere fede in questi ideali.

Accettare i limiti della vita
La preghiera è un efficace aiuto nel sopportare la vecchiaia: un modo di rivolgersi a Dio e istituire una relazione. «La caratteristica fondamentale di ogni forma di vita è il suo divenire: si nasce, si cresce, si matura in un continuo cambiamento. E alla fine si muore, vita e morte binomio indissolubile», continua Bigi. «La religione viene incontro a questi sentimenti di smarrimento, perché ribalta completamente il significato che si da alla vita terrena. Si riesce a intravedere un cammino ulteriore nell’aldilà. Certo anche i credenti temono la morte, ma l’aspettativa di una vita ultraterrena esorcizza l’insensatezza del morire, che viene accolto come un evento di passaggio. Lo sguardo è proiettato in avanti, è ancora viva una progettualità, che vede nella promessa della vita eterna anche una riparazione a tanti torti, alle tante ingiustizie subite. È il volto di un Dio consolatore che ci offre un modello di accettazione della sofferenza». Un limite della vita è anche la malattia, che punteggia tutta la nostra esistenza, ma che s’incontra più di frequente quando si diventa vecchi. E alla malattia si associa il dolore, sia fisico che psicologico, come senso oppressivo e di impotenza. Un atteggiamento di fede aiuta l’accettazione e la sopportazione di questo stato. «Quel Gesù che invita tutti a scoprire il volto di un Dio consolatore ci offre un modello di accettazione della sofferenza. È un’altra proposta etica che la persona anziana può fare propria: accettare che la propria sofferenza sia un modo per partecipare all’azione redentrice del Cristo, riscattando così l’insensatezza di quel dolore che la malattia impone», conclude Bigi.

La “nevrosi” della Terza età
Nella seconda metà della vita la “nevrosi” dell’uomo (un disagio psicologico) deriva dalle difficoltà a sostenere il peso della esistenza, dal senso di perdita, dai bilanci in passivo. «Nessuno guarisce veramente da questa nevrosi se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso», spiega Spagnoli. «Con questo non mi riferisco a una specifica confessione di fede o all’appartenenza a una chiesa, bensì alla spiritualità e al disvelamento del segreto dell’esistenza umana, alla comprensione dell’angoscia e dell’inquietudine. Lo smarrimento e lo scoramento, le crisi di mezza età, possono avvicinare l’individuo all’esperienza religiosa, che si manifesta attraverso i simboli ed è caratterizzata da una forte carica di energia psichica, dove possono nascere momenti di gioia, di rinnovata apertura agli altri, di armonia. Karl Jasper, il filosofo che ha studiato l’apertura alla trascendenza, sostiene che nella seconda metà della vita il desiderio (possedere, saziare, amare, apparire, vincere) convive con l’anelito, che si rivolge alla lontananza, a un radicamento dell’anima, a un’esperienza religiosa, alla spiritualità. La persona non deve preoccuparsi di capire fino in fondo il concetto di anelito, l’importante è che si appropri di questi simboli e li lasci parlare, finché scoprirà il proprio modo di intenderli». La scoperta della religiosità, in vecchiaia, può nascere dal bisogno di aggiungere “un più” al senso dato alla propria vita, di trovare risposte più soddisfacenti rispetto al venire meno di tante certezze mondane, un anelito alla ricerca di valori assoluti. La spinta religiosa sta nel cercare queste risposte, capendo che non possono essere trovate con la forza della ragione, ma solo affidandosi con umiltà alla forza della fede. «Con umiltà: quella stessa umiltà che avvertiva anche Bobbio, quando, giunto anche lui nella vecchiaia, sentiva di doversi fermare alle soglie del mistero», chiarisce Bigi. «Lui stesso che, con tanta umiltà, riconosceva questo atteggiamento come “la sua religiosità”. Come può avvenire questa scoperta di Dio nella vecchiaia? Ma, credo che molto dipenda da com’è stata condotta la vita fino a quel momento. In genere sono situazioni di vita non appagata o non appagante, dove si possono intrecciare quegli aspetti che abbiamo prima considerato, ma ora però percepiti come condizioni che mandano in crisi l’identità e l’equilibrio psicologico e sollecitano delle vie d’uscita. Una può essere cercare la soluzione nella religiosità. Per la modesta esperienza che ho, di persone che hanno abbracciato la fede in tarda età, sono rimasto sorpreso dal vedere che non erano tanto teorizzazioni astratte che hanno fatto breccia – se Dio esiste o no: cercare il Dio dei filosofi, come si dice – quanto dei percorsi psicologici molto concreti. Imperniati, per esempio, sull’attrazione per il Dio che si incarna ed entra nella storia, nella figura del figlio, Gesù di Nazareth. È questo Gesù storico, che percorre le vie della Palestina predicando l‘amore universale, rivolgendo la sua attenzione ai poveri e agli oppressi, che ha parole di misericordia per i pubblicani e per le prostitute, che predica soprattutto con l’esempio, che costituisce il polo attrattivo che ha smosso la fede».

Studi scientifici
Numerosi studi internazionali documentano il positivo rapporto della pratica religiosa per la salute degli anziani. Uno dei più recenti è quello pubblicato sull’International Journal of Geriatric Psychiatry che ha coinvolto 114 persone e ha dimostrato come la religiosità influisca positivamente sugli esiti della depressione negli anziani. Un altro studio più ampio è stato condotto in Giappone e ha analizzato come la pratica religiosa possa mitigare l’effetto della morte di una persona cara. Attraverso il monitoraggio dell’ipertensione arteriosa di 1723 soggetti colpiti da lutto familiare, si è dimostrato come una dimensione religiosa possa essere di sostegno alla salute degli over 60 in caso di avversità. La preghiera, però, fa anche bene alla forma fisica. La postura adottata dai fedeli musulmani durante la preghiera (la salat) risulta un buon esercizio per il cuore e la colonna vertebrale, oltre ad aumentare la capacità di memoria e di concentrazione. La conferma viene da uno studio condotta dall’Università di Kuala Lampur in Malesia. La salat, che deve essere effettuata cinque volte al giorno, comincia con una posizione eretta, poi c’é un’inclinazione del busto in avanti e una posizione accucciata. Il credente, poi, tocca ripetutamente il suolo con la fronte, e ripete questi gesti dando al tutto un valore che trascende dalla preghiera e può essere assimilato a un esercizio fisico.
Uno recente studio americano, pubblicato sulla rivista The Archives of Internal Medicine, ha indagato il rapporto tra medici e religione/spiritualità e l’influenza che tale rapporto ha sulla loro percezione degli effetti di queste sulla salute.
Per valutare il punto di vista dei medici americani i ricercatori dell’Università di Chicago hanno inviato un sondaggio a un campione di 2.000 medici al di sotto dei 65 anni. Secondo i risultati, i due terzi dei medici americani credono che la malattia abbia quasi sempre un’importante ricaduta sulla spiritualità dei pazienti e che la religione abbia molta influenza sulla salute. L’85 per cento ritiene che l’influenza della religione sia positiva, il 54 per cento pensa che a volte un’entità superiore intervenga, mentre circa il 6 per cento pensa che la religione e la spiritualità modifichino i risultati clinici. Solo il 7 per cento ritiene che la religione e la spiritualità provochino nel paziente emozioni negative come senso di colpa e ansia, il 2 per cento pensa che lo spingano a rifiutare la terapia e il 4 per cento ha riportato che i pazienti usano la religione come scusa per non assumersi la responsabilità della propria salute. Tutti, però, concordano sul fatto che i pazienti si rivolgono alla religione o ad altre risorse spirituali per meglio affrontare la malattia.

Che cosa succede nel cervello quando preghiamo
Alcuni scienziati dell’Università del Winsconsin (Usa) hanno seguito una serie di test su un gruppo di persone mentre pregavano. Dallo studio è emerso che durante la preghiera si verifica una riduzione dell’attività dell’area del cervello preposta all’orientamento. Questa area del cervello viene poco stimolata e la persona può liberasi dalle sue tensioni. La persona riesce più facilmente a percepire se stessa come una particella in armonia nell’universo. È emersa inoltre un’attività superiore alla norma del lobo prefrontale sinistro, legato alle emozioni positive, all’autocontrollo, al buon umore. Generalmente di fronte allo stress l’individuo cerca di controllare la situazione, la analizza in modo obbiettivo e razionale al fine di elaborare situazioni pratiche. Durante lo stato di coscienza modificato dalla meditazione, la persona utilizza entrambi gli emisferi del cervello, quello razionale e quello emotivo, e riesce a trovare la soluzione più adeguata ai suoi problemi. Secondo lo stesso meccanismo, è possibile influenzare il sistema nervoso centrale, quello immunitario e quello endocrino, migliorando lo stato di salute e riuscendo a reagire meglio di fronte alla malattia e al disturbo. Il rilassamento e il grande sentimento di pace possono essere raggiunti attraverso varie filosofie e tecniche, quali: la preghiera, la meditazione, lo yoga, il rilassamento, la contemplazione, l’autosuggestione.

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