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Il legame pericoloso fra trombosi e tumori

Monica Melotti, N. 1/2 gennaio/febbraio 2007

Il legame tra il tumore e la formazione di coaguli di sangue non è una novità, era già stato descritto nel 1865 dal medico francese Armand Trousseau che aveva scoperto come i due fenomeni apparentemente lontani, come la comparsa di un tumore e la formazione di coaguli, avessero qualcosa in comune, ma non era riuscito a spiegarlo in modo scientifico. Da allora sono stati fatti diversi studi e negli ultimi anni questo pericoloso legame si sta delineando con sempre maggiore chiarezza, grazie anche ad un numero crescente di studi sull’argomento. Di che legame si tratta? "Si tratta di un legame a doppio senso, in quanto, da una parte, nei pazienti con tumore aumenta il rischio di sviluppare una trombosi, cioè un fenomeno che porta all’occlusione di uno o più vasi sanguigni, soprattutto venosi. Dall’altra la crescita di un tumore e la formazione delle metastasi possono essere favorite dall’attivazione del processo della coagulazione e di quei meccanismi che portano alla trombosi", risponde la professoressa Maria Benedetti Donati, past president della Siset (Società Italiana per lo Studio dell’emostasi e della trombosi) e coordinatrice scientifica dei laboratori di ricerca all’Università Cattolica di Campobasso. "Nei decenni scorsi sono stati condotti numerosi studi sperimentali che suggerivano questo doppio legame, descrivendo ad esempio le attività pro-coagulanti, e quindi trombogeniche di molte cellule tumorali, e la capacità di farmaci anticoagulanti di prevenire la crescita di tumori sperimentali. Tuttavia, solo più recentemente, negli ultimi 5-10 anni, è stato possibile trasferire in clinica i messaggi derivanti dai modelli sperimentali. Ciò è avvenuto grazie all’impiego di farmaci antitrombotici nuovi e più maneggevoli e alla migliore consapevolezza del problema da parte non più solo degli esperti di trombosi, ma anche e soprattutto degli oncologi. Questi ultimi sono oggi molto più sensibili al problema della trombosi che si verifica non solo in fase post-chirurgica, ma anche in corso di chemioterapia e di ormonoterapia. Questi eventi vascolari sono in grado di sovvertire schemi terapeutici con cadenze temporali ben stabilite e consolidate, ad esempio in tumori molto diffusi, quale il tumore della mammella".

La trombosi, un campanello di allarme
La trombosi venosa può essere causata da fattori acquisiti o da fattori genetici, spesso in combinazione tra di loro. Fra i fattori acquisiti ci sono gli interventi di chirurgia, i traumi, le neoplasie (tumori della mammella, dell’utero, della prostata, dell’apparato urolgico, del polmone), mentre i fattori genetici sono da attribuire alla carenza di proteina C o S, alla mutazione della protrombina, alla resistenza alla proteina C attivata e ad altre cause. Chi è affetto da cancro è esposto ad un rischio più alto della media per quanto riguarda le complicanze trombotiche. Si è notato che più del 5% dei pazienti con una neoplasia presenta un peisodio tromboembolico nel corso della malattia. Si è anche visto che la trombosi venosa profonda può essere il primo campanello d’allarme di un tumore che si formerà o che è già presente in una fase molto iniziale. Si può parlare di neoplasie più a rischio? "Purtroppo non è ancora semplice rispondere esattamente a questa domanda perché la possibilità di una trombosi “sentinella” è stata riscontrata in diversi tipi di tumore", chiarisce la professoressa Donati. "Questo rende anche più problematico stabilire uno screening per tumore nei pazienti in cui si presenti un episodio di trombosi “isolata”, cioè in assenza di fattori di rischio classici (allattamento prolungato, trauma, intervento chirurgico, ecc). Infatti, proprio perché non sono ancora definite le neoplasie a maggior rischio, sarebbe necessario fare uno screening a tappeto per diverse neoplasie, con un ingente impiego di risorse; perciò si richiede ancora una valutazione approfondita dell’appropriatezza di un tale screening".
Resta il dato di fatto della relazione pericolosa fra tumori e trombosi. L’embolia polmonare, terribile complicanza della trombosi venosa, rappesenta la seconda causa di morte nei malati oncologici. Ed è noto che numerosi pazienti affetti da cancro manifesta (fino al 15%) un episodio tromboembolico, venoso o arterioso, nel corso della malattia. Che cosa bisogna fare se all’improvviso compare un trombo? "Se il paziente non ha ancora avuto una diagnosi clinica di tumore, occorre valutarne attentamente la storia e le condizioni cliniche, per stabilire se è portatore di una neoplasia già diagnosticabile", risponde l’esperta. "Nel caso queste verifiche risultino negative, il paziente va seguito con monitoraggi ravvicinati almeno nei 12 mesi successivi ad un episodio di trombosi “sentinella”. È inoltre opportuno instaurare un trattamento anticoagulante a lungo termine per la terapia della trombosi e per la prevenzione di recidive, particolarmente frequenti nei pazienti oncologici".

Studi in corso sulla terapia anticoagulante
Trombosi e tumori hanno un’origine comune. Esistono molti elementi, ancora però non ben integrati tra loro, a suggerire che le malattie cardiovascolari su base trombotica ed alcuni tipi di tumore (in particolare i tumori del tratto gastrointestinale ed i tumori ormono-dipendenti, quali quelli di mammella, prostata, ovaio, endometrio) abbiano delle origini in comune o, come si dice, un “common soil”. Anche alcuni trattamenti farmacologici antineoplastici (chemioterapia, ormonoterapia) possono aumentare il rischio di complicanze tromboemboliche nei pazienti oncolgoici. Studi clinici attualmente in corso stanno valutando l’opportunità di adottare una profilassi antitrombotica nei pazienti in trattamento chemioterapico. L’eparina a basso peso molecolare, ad esempio, si è dimostrata efficace nella prevenzione degli eventi tromboembolici nei pazienti neoplastici sottoposti a chirurgia oncologica. Inoltre, studi recenti hanno segnalato una tendenza ad un allungamento della sopravvivenza in pazienti oncologici trattati con questo farmaco. "Dal punto di vista epidemiologico, sappiamo che sia le malattie ischemiche vascolari che i tipi di tumore summenzionati hanno molti fattori di rischio in comune, quali l’obesità, il diabete, la sindrome metabolica, la sedentarietà, l’abitudine al fumo, un’alimentazione non appropriata e in particolare ricca di grassi animali", spiega la professoressa Donati. "Esiste anche per questi tumori, come per le malattie cardiovascolari, un gradiente geografico di prevalenza che fa degli abitanti del Sud-Europa una popolazione relativamente protetta rispetto a quelli del Nord-Europa, probabilmente anche grazie alla dieta mediterranea. Seguendo fedelmente i canoni principali di questa dieta (abbondanza di frutta e verdura, consumo di cereali non raffinati, scarso consumo di carne rossa e, in generale, di grassi animali, consumo di olio d’oliva e assunzione moderata di vino), si corrono rischi minori di ammalarsi sia di malattie cardiovascolari che di tumori.
Presso i Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, stiamo attualmente conducendo uno studio, il progetto Moli-sani, che su 25.000 soggetti adulti della nostra regione valuterà in parallelo i fattori di rischio per le malattie cardiovascolari e per i tumori, in rapporto alle abitudini di vita (con particolare riferimento all’alimentazione ) e all’assetto genetico.
Speriamo così di dare una risposta più completa e “di casa nostra”, non importata, come spesso succede, dal mondo anglosassone o d’oltre-oceano, a questa importante domanda".

L’arma vincente è sempre la diagnosi precoce
La ricerca medica negli ultimi anni ha fatto veramente dei passi da gigante, quali sono le recenti scoperte che hanno permesso di migliorare la diagnosi precoce e la terapia dei tumori? "In questo campo dei rapporti tra tumori e trombosi, l’obiettivo è di riuscire ad applicare in clinica i messaggi che la ricerca sperimentale ci suggerisce:
far entrare parametri coagulativi (indicatori di una tendenza alla trombosi) tra i markers di malignità ed introdurre segni clinici, quali ad esempio episodi di trombosi “sentinella “, per rendere più precoce la diagnosi dei tumori", risponde l’esperta. " È importante dimostrare l’efficacia del trattamento con farmaci anticoagulanti di ultima generazione nella prevenzione della trombosi associata alla chemioterapia e rendere quest’ultima più sicura, dimostrare rigorosamente se e in quali tipi di tumori, l’associazione con il trattamento anticoagulante permetta di migliorare la storia naturale della malattia. Il mio prossimo obiettivo di ricercatore è riuscire a comprendere le basi molecolari e cellulari del ”common soil”, le possibili radici comuni tra tumori e malattie cardiovascolari. Questo permetterà non solo di approfondire le nostre conoscenze, ma anche di creare modelli per farmaci innovativi e per attuare una prevenzione più mirata, se possibile addirittura individualizzata dei due killer più importanti nel mondo occidentale".

Un libro per affrontare il dolore da cancro
Secondo i dati OMS, ne soffrono almeno 4 milioni di persone nel mondo. È il dolore da cancro, un’emergenza sanitaria di grande impatto sociale e con un importante risvolto sul piano medico, etico e umano. Per portare all’attenzione una problematica ancora oggi lontana da una risoluzione è stato realizzato il volume “Il dolore da cancro”, che affronta il tema sotto il profilo diagnostico e terapeutico. Scritto da un gruppo di oncologi di primo piano, impegnati nella lotta al dolore associato al tumore (Francesco Ferraù, Sebastiano Mercadante, Davide Tassinari, Paolo Tralongo, e Giorgio Trizzino), il libro costituisce un lavoro aggiornato, esaustivo ed approfondito. Il dolore da cancro rappresenta un fenomeno soggettivo complesso, che condiziona in maniera determinante la qualità di vita del 70% dei pazienti con malattia in fase avanzata, interferendo con le relazioni sociali, limitando l’autonomia e alterando l’equilibrio psicologico della persona. Partendo da un’attenta analisi dell’entità del problema, che sonda la gravità e l’impatto del dolore sulla vita dei malati di cancro, il libro prende in esame i principali strumenti di valutazione e misurazione del dolore, concentrandosi sulla terapia farmacologica, con una descrizione di antinfiammatori, oppioidi e adiuvanti, che parte dalla scala analgesica dell’OMS. Sfatando vecchi pregiudizi, privi di riscontro scientifico, e seguendo le Linee Guida dell’OMS, l’opera dimostra che è possibile trattare il dolore oncologico in maniera efficace. L’opera si chiude con un’analisi sul mercato italiano del dolore, che evidenzia le principali criticità e offre un confronto con altre realtà europee di eccellenza, per fornire un utile spunto di riflessione.
Per ulteriori informazioni su “Il dolore da cancro” scritto da un gruppo di oncologi, rivolgersi al Centro Studi Mundipharma, tel. 02.318288201 - fax 02.3313228

Indirizzi Utili

  • Università Cattolica di Campobasso tel. 0874.3121278
  • Siset (Società Italiana per lo Studio dell’emostasi e della trombosi) tel 06.85305621

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