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Indicatori per prevenire e curare

, N. 7 luglio 1999

Ma se Leonardo tornasse in vita, siamo sicuri che andrebbe a lavorare in America? Può darsi, ma la ricerca è anche una realtà italiana e nient'affatto trascurabile. A confermarlo, in campo medico, il Gruppo di Studio Indicatori Biologici in Oncologia, costituitosi sei anni fa nell'ambito della Società Italiana di Cancerologia (SIC) ed ora coordinato a livello nazionale dal professor Dino Amadori. Primario, dal 1977, della Divisione di Oncologia Medica dell'Ospedale forlivese Morgagni-Pierantoni, oltre che attuale Presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), si è girato i templi della ricerca oncologica made in USA (dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York allo Stanford University Medical Center di Palo Alto, dal National Cancer Institute di Bethesda al Peralta Cancer Research Institute), ma solo per mettere a frutto nel nostro Paese l'esperienza acquisita.
Oltre ad "esportarne": Amadori, infatti, quattro specializzazioni, sette volumi monografici su argomenti oncologici e chilometri di pubblicazioni, è stato responsabile di numerosi programmi di ricerca finalizzata e clinica, finanziati dal CNR e dalla Regione Emilia Romagna, in particolare sul carcinoma mammario, gastrico ed endometriale, oltre ad avere fondato nel '79 uno dei fiori all'occhiello della nostra sanità, soprattutto per l'assistenza domiciliare gratuita agli ammalati neoplastici: l'Istituto Oncologico Romagnolo.
Che cosa s'intende, prof. Amadori, per "indicatori biologici"?
"Tutti quegli elementi biologici che caratterizzano il comportamento cellulare, ad esempio l'attività proliferativa del tumore, quella angiogenetica, la presenza di geni alterati, di recettori, l'amplificazione di oncogeni eccetera. Questi indicatori possono essere favorevoli, se fanno capire che quel determinato tumore non sarà aggressivo, o lo sarà molto poco, o sfavorevoli, se invece fanno capire che sarà aggressivo. Oltre a questi indicatori, che definiamo di prognosi, ci sono anche altri fattori biologici, che chiamiamo predittivi, i quali sono espressione della risposta del tumore alla terapia e possono indicare sia una sensibilità alla cura che una resistenza. Infine, c'è una terza ed ultima categoria di indicatori, definiti target, che quando sono presenti possono diventare il bersaglio di una terapia biologica. Faccio un esempio: se c'è l'espressione del gene che si chiama c-erbB-2, si dispone oggi di un anticorpo contro questo gene e, quindi, il malato che ha un tumore che esprime questo oncogene, può essere curato con questo anticorpo che va a bloccare la proliferazione cellulare".
Perché è importante studiare questi fattori biologici, ai fini della pianificazione terapeutica?
"Gli indicatori di prognosi sono importanti per individuare quei soggetti che, in base a questi fattori, sono a maggiore o minore rischio di progressione della malattia tumorale, per poter fare delle terapie adiuvanti dopo l'intervento chirurgico. Se si riconoscono poi degli indicatori predittivi ad una determinata terapia, è possibile scegliere la migliore cura per ciascun singolo caso. I target di terapia biologica, invece, si studiano per sviluppare delle sostanze o dei meccanismi contro loro stessi, di modo che possano essere inibiti e, pertanto, il tumore possa essere curato con mezzi biologici diversi dalla chemioterapia".
La peculiarità del suo Gruppo è l'utilizzo concreto di questi markers. Come si esplica l'interazione tra ricerca preclinica e clinica?
"Se, per esempio, un indicatore biologico indica un tumore aggressivo, la ricerca clinica studia se una terapia fatta dopo la chirurgia riduce le ricadute a distanza, rispetto ad un gruppo di pazienti che non ricevano la terapia. C'è, insomma, un continuo trasferimento dei dati e delle informazioni che provengono dalla ricerca di base alla pratica clinica, tant'è che la ricerca viene detta translazionale".
Questi studi translazionali riguardano indicatori da voi definiti "standardizzati e riproducibili". Ossia?
"Siccome tutte queste determinazioni biologiche sono complicate, se tutti i laboratori agissero da soli, potrebbero anche sbagliarsi, senza accorgersene. A tal fine, ci sono invece i Controlli di Qualità fra i vari laboratori e dentro gli stessi, dove uno stesso campione viene esaminato da più persone e da più laboratori e si vede se c'è riproducibilità del dato. Se c'è, vuol dire che la qualità è buona, se non c'è, si va a correggere l'errore metodologico, laddove esista, sia per quanto riguarda l'aspetto laboratoristico che il criterio applicativo del dato alla clinica".
Come Gruppo, esistete dal '93. Da allora, la vostra ricerca ha individuato degli indicatori biologici utilizzabili clinicamente?
"Ciò che abbiamo maggiormente studiato è la cinetica proliferativa del tumore, sulla cui base abbiamo impostato uno studio clinico, che si è concluso proprio in questi mesi, di terapia adiuvante nel carcinoma mammario con linfonodi negativi ma con alta cinetica, che verrà pubblicato a breve ed ha dato risultati positivi, nel senso che ha fatto vedere che questi pazienti devono essere curati con chemioterapia e che sono anche responsivi alla cura".
Nella prevenzione e diagnosi dei tumori, quale futuro ci aspetta?
"Nella prevenzione, la ricerca biologica va nella direzione di individuare tutti i soggetti a rischio di sviluppare il tumore, dall'ereditarietà alla predisposizione: fattori biologici che, pur essendo presenti in tessuti normali, indicano che quei tessuti possono diventare tumorali e, quindi, in quei casi si possono applicare programmi di sorveglianza più stretta. Per la diagnosi è altrettanto importante, perché ci sono delle alterazioni biologiche che permettono di discriminare dentro dei tessuti che, apparentemente, sono normali degli aspetti, tipo enzimi, oncogeni, recettori alterati eccetera, che li fanno invece classificare come tessuti maligni. Sono utili per definire diagnosticamente quelle forme che definiamo borderline, ossia ai confini".
Potrebbe approfondire il discorso legato alla prevenzione?
"A livello di prevenzione, valgono sempre le stesse regole: eliminare le cause di tumore; se non è possibile eliminarle, proteggere i soggetti esposti; controllare in modo adeguato i soggetti predisposti. Probabilmente, si svilupperanno i trattamenti chemiopreventivi, ossia l'utilizzo di sostanze chimiche che, una volta individuati i soggetti a rischio, li manterranno sani, perché andranno ad interferire con i meccanismi che provocherebbero il tumore. Ad esempio il tamoxifene, che si sta studiando per la chemioprevenzione del tumore della mammella. In questa direzione ci sono molti studi, anche nei confronti delle neoplasie del colon, del polmone, del cavo orale. Questo sarà un importante sviluppo che, grazie agli indicatori biologici, consentirà di bloccare il tumore, prima ancora che questo si formi".
Dal punto di vista organizzativo, i vostri ricercatori come e quando si confrontano?
"Almeno una volta all'anno, c'è una riunione plenaria e, poi, i vari componenti del Gruppo, che appartengono a diverse strutture distribuite sul territorio nazionale, le quali a loro volte sono in relazione con altre strutture straniere aventi finalità analoghe, hanno collaborazioni su studi che conducono insieme - oggi la ricerca è sempre più una rete. In occasione dei Congressi nazionali, infine, c'è uno spazio specifico, dedicato alle comunicazioni del Gruppo".

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