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La Medicina per salvare il re

Agostina Lavagnino, N. 11 novembre 2000

Ricerche compiute sul campo da antropologi ed etnografi chiariscono dettagliatamente l’azione della pratica magico-terapeutica, il ruolo dei guaritori tradizionali, la gerarchia esistente tra cure e operatori, la classificazione delle stesse malattie. Per le malattie poco gravi può bastare il rimedio domestico e l’intervento degli stessi familiari. Per malattie conosciute, ma considerate più gravi (come per esempio le malattie infantili, il “fuoco di Sant’Antonio”, il mal di testa) si ricorre al guaritore, chiamato “segnone”, proprio perché per ogni malattia interviene un diverso e particolare segno magico.
Chi “segna” non chiede ricompense, diversamente l’ammalato non potrebbe guarire, si accettano in dono eventuali offerte (vino, olio, formaggio ecc.). Il rito del “segnare” esige silenzio e discrezione, devi crederci, essere rispettoso del momento e affidarti al guaritore. Il segno magico invece è segreto, è stato appreso da un altro guaritore che “ha passato il segno” a una persona di fiducia, che diventerà a sua volta “segnone”. La parte orale del segno è la parte “a formula”, una vera e propria “formula magica” che viene generalmente ripetuta a voce bassa e si chiude spessissimo con una invocazione religiosa. Anche qui la ripetitività della formula è rassicurante, contano meno le parole: la meccanicità dell’iterazione e l’invocazione a qualche santo sono già di per sè ristabilizzanti. La religiosità è del tutto particolarizzata, a misura dell’uomo e del suo bisogno. La “formula” è seguita, o è contemporaneamente accompagnata, da una parte manuale, anche questa rituale, diversa a seconda della malattia e che prevede l’altrettanto rassicurante apposizione delle mani. Per malattie ancora più gravi, sconosciute e insensibili ai rimedi naturali, anche il “segno” può non bastare, si ricorre dunque a figure investite di particolari poteri come i sacerdoti o i settimini (i nati di sette mesi, che per credenza popolare venivano investiti di particolari poteri). L’impossibilità di spiegare razionalmente una malattia ne sposta l’origine sul maleficio, da qui la necessità di benedizioni, preghiere o rituali che riescano con la loro forza a contrastare l’origine del maleficio. Da un punto di vista sociale il contadino-guaritore (lo stregone in altre culture), gode di particolare considerazione perché svolge un ruolo ben preciso: è l’unico, spesso senza ricompensa, in grado di offrire e proporre un rimedio. Oggi si assiste a un ritorno del “magico”, spesso intrecciato al parascientifico, all’irrazionale religioso, all’extranaturale, o più semplicemente intrecciato al culto di altri culti (orientale, arancione, fino alle inclassificabili linee dei guru che già reinterpretano e favoleggiano di magici elisir). Tutto comunque sembra riproporre abbastanza fedelmente le dinamiche di un complesso mondo magico tradizionale. L’apparente funzione di contrastare il “negativo”, la funzione reale rassicurante, la pratica di una ritualità che “ripulisce” e “stabilizza” psicologicamente, che rimette ordine (oggi non certo compensando con vino, formaggio o altri prodotti naturali) nella personalità del “malato”: si offre dunque un “rimedio” moderno per un moderno bisogno.

Cure e rimedi popolari
Nella fiaba magica, la narrazione di una vicenda immaginaria, fantastica e meravigliosa si realizza seguendo alcuni percorsi obbligati. Un elemento critico, che generalmente conduce allo sviluppo delle azioni, e soprattutto l’elemento risolutivo, sono rappresentati da eventi soprannaturali: malefici, incantesimi, prodigi, mezzi magici, trasformazioni, ringiovanimenti e resurrezioni. La magia della fiaba è dunque una parte integrante e strutturale dell’azione e dei fatti narrati.
La magia popolare di tipo protettivo-terapeutico (fatture e il loro scioglimento, terapie rituali ecc.) trova nel mondo fantastico della fiaba magica modalità di attuazione completamente diverse rispetto alle pratiche popolari quotidiane: qui ci troviamo in un mondo fantastico e irreale, in luoghi senza tempo, dove pure la magia si trasforma e perde i connotati della terapia quotidiana.
I mezzi per sciogliere l’intreccio e raggiungere l’elemento risolutivo (ad esempio, la medicina miracolosa per salvare il re, il bacio per rompere il maleficio attuato dalla strega ecc.), traggono forse spunto dall’intervento curativo quotidiano e popolare, che tuttavia fa ricorso a precise modalità terapeutiche, diverse per patologia. Nel mondo fantastico e irreale della fiaba i tratti “curativi” vivono di quel mondo e ne fanno parte seguendo quelle regole, con modalità fantastiche, delegando la “capacità terapeutica” al lieto fine dello stesso intreccio.
Nella quotidiana azione della pratica terapeutica, magica e rituale, del mondo popolare e contadino, non troviamo un insieme illogico di azioni simboliche o propiziatorie: ogni azione terapeutica corrisponde sempre a un preciso bisogno. Queste pratiche hanno la funzione apparente di contrastare il “negativo”, ma la loro funzione reale è quella di rassicurare la stabilità psicologica di chi è colpito. La pratica magica ristabilisce in qualche modo ordine nella personalità del “malato”, lo rassicura, lo restituisce “ripulito” alla concretezza della vita quotidiana.
Così per altri aspetti la fiaba è culturalmente un prodotto rassicurante: sposta in un modo “altro” l’irrisolvibile lotta dei mondi contrastanti (il drago e l’eroe, il ricco e il povero, il furbo e lo sciocco, il principe e il contadino).

Formula magica
Nel segno, nella “formula magica” non sembrano importanti le parole, quanto la rituale ripetitività del’invocazione, spesso religiosa, che fa pensare a un intervento cristiano su precedenti scongiuri di origine pagana.
Si legga per esempio questo segno per il “fuoco di Sant’Antonio” [Herpes Zooster] raccolto in Lunigiana. Il rituale prevedeva che venissero raccolti tre rametti di stipa: bagnati nell’acqua dovevano essere utilizzati per tracciare segni di croce sulla parte malata, ovviamente recitando la formula. Il rito si ripete tre volte la prima sera e sei volte la seconda, usando in totale diciotto rametti che dovevano essere rigorosamente bruciati.

Fuoco, fuoco, su per il bosco,
con il fuoco selvatico addosso;
io ti spazzo
e nel fuoco ti metto;
io ti segno,
Dio ti libera;
la santissima Trinità
ti rimandi la salute.
Mi raccomando a Dio
e a tutti i Santi
che questo male vada
indietro e non avanti.

Un altro segno, raccolto nel pavese, serviva per ascessi, foruncoli, fibromi o qualsiasi formazione che si ritenesse piena di pus. Ecco la “formula” orale:

Marcino [piccolo marcio], marcione [grosso marcio]
vai via per davvero.
No che non voglio andare.
Sì che andrai,
diciamo un Pater a San Francesco,
così andrai via più presto.

Oppure, il segno per il mal di testa con apposizione delle mani sulla parte dolorante:

Padre e Figliuolo e Spirito Santo
le tre persone della Santissima Trinità
e San Contardo
fatemi andar via il mal di testa.

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