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Speranze di cura contro la leucemia

Lara Bettinzoli, N. 7/8 luglio agosto 2000

La notizia sulle possibilità terapeutiche del STI-571 ha suscitato subito grande interesse nel mondo scientifico e ha alimentato ulteriori speranze nei malati di leucemia. La curiosità è giustificata dal fatto che fino a 30 anni fa ci si riferiva alla leucemia (e a qualsiasi altra forma tumorale) come a "un male incurabile". Oggi la malattia è diventata curabile, anche se fa ancora paura. Diversamente da un tempo, quando, salvo per le forme croniche (nelle quali tutto consisteva nel radiare la grossa milza o i grossi pacchetti linfonodali) si assisteva inerti e con rassegnazione al precipitoso progredire del male, oggi la situazione è notevolmente cambiata e spesso i medici sono in grado di contenere l'avanzare del male anche per lungo tempo e talvolta di sconfiggerlo definitivamente. Merito, sicuramente, dei ricercatori, che rivedono e perfezionano in continuazione sia le terapie specifiche sia quelle di supporto.
In particolare, si sono ottenuti risultati positivi per la leucemia linfoblastica acuta. Quarant'anni fa la malattia era fatale e la sopravvivenza media era di soli tre mesi. Con le terapie attuali, più del 50% dei bambini con questo tipo di leucemia ottiene delle lunghe remissioni e probabilmente la guarigione Queste piccole "vittorie" sul male sono state ottenute sia per l'uso combinato della chemioterapia e della terapia radiante, sia per un miglioramento dell'approccio chirurgico con interventi meno radicali, sia per l'individuazione di nuovi indicatori di rischio, e sia per i progressi della biologia molecolare e cellulare.
Il farmaco STI-571, ancora in fase di sperimentazione, ma che potrebbe diventare la terapia di scelta per la leucemia mieloide cronica (LMC) al posto dell'interferone, agisce bloccando la tirosina chinasi, un enzima ritenuto responsabile del 97% dei casi di LMC.
Questo farmaco non è l'unica arma in via di sperimentazione contro il cancro; gli scienziati stanno studiando nuove cure sempre più efficaci e mirate. Tra queste gode di grande considerazione la terapia genica, elaborata dai ricercatori dell'Istituto del San Raffaele di Milano capeggiati dall'ematologo Claudio Bordignon.
La nuova tecnica non è una terapia genica in senso vero e proprio, perché non cura direttamente la malattia, ma mette piuttosto al servizio di un'altra terapia, quella del midollo osseo, l'elevato livello tecnico di ingegnerizzazione raggiunto dai genetisti. Si chiama terapia genica perché utilizza i geni a scopo terapeutico e consiste in un meccanismo di controllo delle cellule del sistema immunitario, grazie al quale è possibile evitare l'ostacolo più serio che si verifica con il trapianto del midollo, la cosiddetta "malattia del trapianto verso l'ospite".
In futuro verrà sfruttata per molte malattie, tra cui e soprattutto per quelle ereditarie e quelle tumorali. I geni verranno manipolati in laboratorio, modificati e sfruttati come "proiettili magici" contro altri geni che si sono trasformati, fino a causare la malattia.
In laboratorio vengono preparati geni suicidi che si legano all'oncogene e lo distruggono. La loro azione è mirata: si muovono su tutte le cellule ma si attivano solo su quelle tumorali. La tecnica del "gene suicida", che ha ancora il carattere provvisorio della sperimentazione, è stata usata fin ora su pochi pazienti, per alcuni dei quali si è avuta una risposta completamente positiva (in tre casi la leucemia è sparita).
Un altro grande contributo alla ricerca contro il tumore è stato dato dallo scienziato americano Judah Folkman, il primo a parlare di angiogenesi.
Negli anni '70 Folkman capì che il cancro poteva essere raggirato, chiudendo il sistema dei rifornimenti utili alla sua sopravvivenza. Dopo avere scoperto le potenzialità della angiostatina e della endostatina, due sostanze presenti in piccole quantità nel nostro organismo, lo scienziato di Harward le provò sui topi e notò che, se somministrate insieme, riescono a cancellare ogni traccia di tumore (qualsiasi tipo). Dal settembre del 1999, Folkman ha iniziato la sperimentazione sull'uomo e si spera che nel giro di pochi anni possa diventare un'efficace arma contro il cancro.
Si chiama terapia antiangiogenesi perché prende di mira appunto l'angiogenesi, termine che deriva dal greco e che letteralmente significa "formazione di vasi sanguigni". Per angiogenesi in oncologia si intende il fenomeno attraverso cui il tumore in crescita forma nuovi vasi a partire da quelli preesistenti nell'organo dove è impiantato. Attraverso queste nuove strutture vascolari il cancro riceve sangue e di conseguenza nutrimento e ossigeno per la sua crescita. L'obiettivo della terapia è appunto interrompere l'afflusso di sangue per non fare sopravvivere il tumore.
L'antiangiogenesi ha un approccio diverso rispetto alle terapie tradizionali, che mirano a distruggere le cellule tumorali. Con questa tecnica si cerca di colpire le cellule che costituiscono il rivestimento interno dei vasi sanguigni (le cellule endoteliali) che sono normali e non modificate geneticamente da quelle tumorali. In teoria la terapia antiangiogenesi potrebbe funzionare su tutti i tipi di tumore, ma la risposta terapeutica, può dipendere dall'organo in cui il tumore si è sviluppato e dal suo contatto con i vasi sanguigni già presenti.
Oltre alla messa a punto della terapia genica, l'équipe del dottor Bordignon sta lavorando alla realizzazione di un vaccino contro il tumore. I primi esperimenti sull'uomo sono iniziati qualche mese fa, e se verranno riconfermati i risultati ottenuti sugli animali si potrà ben sperare. L'ematologo e ricercatore Claudio Bordignon spiega con parole semplici come dovrebbe funzionare questo vaccino: "Il vaccino mirerà soprattutto a stimolare il sistema immunitario in modo che, davanti a una cellula tumorale, faccia il suo dovere. Ossia la riconosca come estranea e la uccida. Dopo avere scoperto il tumore, si andrà alla ricerca degli antigeni (ossia di tutto ciò che non è proprio dell'organismo e del tessuto normale) di quel tumore. In termini pratici, dopo aver prelevato un pezzettino di tessuto neoplastico, lo si sottoporrà a uno screening molecolare, cioè a un esame che identifica un gene e gli attribuisce una sigla. Questo test ci dirà che quel tumore contiene, per esempio, l'antigene siglato "abc" che, una volta reintrodotte nell'organismo, faranno scattare la risposta del sistema immunitario". Il vaccino però, non verrà utilizzato per la prevenzione del tumore in genere, (cioè non serve a rendere immuni persone non ancora "contagiate"), ma, come strumento terapeutico, verrà usato per immunizzare un ex malato di cancro contro la malattia che lo ha colpito, in modo che il tumore non si riformi. Il vaccino non sostituirà le cure tradizionali, anzi si avvarrà del loro contributo. In questo modo, infatti, si verifica una recessione della malattia e vaccinando l'organismo in questa fase si può ottenere una risposta immunitaria che elimina quelle cellule residue che potrebbero ridare vita al tumore. Le ricadute saranno così eliminate. La speranza è di riuscire un giorno, almeno per alcuni tipi di cancro, a usare il vaccino come unica terapia, soprattutto per evitare i problemi di tossicità, inevitabili, dopo ripetuti cicli di chemio. Il vaccino infatti non è tossico.

I SOGGETTI PIU A RISCHIO

Non è possibile indicare un agente specifico che sia causa della leucemia, né comportamenti che possono mettere in condizione di rischio. Sostanze chimiche, solventi, coloranti e radiazioni ionizzanti sono fattori nocivi confermati, ma la leucemia è il risultato finale di una complessa serie di eventi che riguardano in parte la costituzione biologica del singolo individuo, in parte l'azione dell'ambiente in cui vive e lavora.
Ogni anno in Italia questi tumori colpiscono mediamente 2 500 persone, di cui la metà bambini in età pediatrica (si calcola che l'incidenza sia di circa 4 bambini leucemici ogni 100 000 abitanti); di questi, circa l'80% soffre di leucemia linfoblastica acuta che è, pertanto, il più frequente tumore maligno del bambino.
Secondo recenti statistiche 10 persone su 100 000 muoiono per leucemia (la morte è provocata principalmente da infezioni, ma anche da emorragie, dalla progressiva refrattarietà al trattamento, dall'insufficienza midollare e da altre neoplasie). La possibilità di guarigione della malattia riguarda soprattutto i pazienti con leucemia acuta o con quella mieloide cronica che vengono sottoposti al trapianto di midollo e quelli affetti da leucemia promielocitica acuta. Nel complesso, però, la percentuale di guarigione delle leucemie è inferiore al 50%.
L'incidenza della malattia varia tra le diverse popolazioni; tra le razze bianche la frequenza della leucemia è circa doppia rispetto alle razze nere e asiatiche; la leucosi linfatica cronica è praticamente inesistente fra i giapponesi e i cinesi, mentre è frequentissima fra gli ebrei. La causa di tali variazioni non è ancora ben conosciuta, ma potrebbe dipendere da fattori razziali o genetici o, come sembra più probabile, da fattori ambientali.
Molto diversa è la frequenza a seconda dell'età; vi è un notevole picco nella prima decade di vita con massimo fra i 4 e 6 anni; un secondo ampio picco inizia dopo i 50 anni, raggiungendo il massimo dai 70 ai 75 anni, poi si ha una decrescenza. Anche la frequenza dei vari tipi di leucemie è differente a seconda dell'età: in giovanissima età prevalgono nettamente le leucemie linfatiche acute (massimo di incidenza fra i 2 e i 7 anni), mentre le forme mieloidi acute e croniche sono rare; nell'età media l'incidenza delle forme acute e croniche è uguale, con prevalenza delle mieloidi (quella mieloblastica rappresenta il 15% delle leucemie acute del bambino e l'80% dell'adulto); nell'età senile aumentano decisamente le leucemie linfatiche croniche e le leucemie mieloidi acute.

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