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Tumori, serve più collaborazione

Monica Melotti, N. 1/2 gennaio/febbraio 2015

Oggi in Italia ci sono centinaia di migliaia di persone “potenzialmente guarite” dal cancro. Persone che a distanza di anni dalla diagnosi, grazie alle cure che hanno ricevuto, sono riuscite a superare la malattia, ma hanno comunque bisogno di essere tenute sotto controllo. Chi deve seguirle e gestirle? È da questo interrogativo, in buona sostanza, che ha preso spunto il primo sondaggio mai realizzato, almeno in Europa, tra mille pazienti, oncologi e medici di famiglia sulla gestione del followup del malato di tumore in Italia. A promuoverlo: l’Aiom (l’Associazione dei medici oncologi), la Simg (la Società di medicina generale) e l’Associazione malati di cancro (Aimac) che ne hanno presentato i dati, a Roma, lo scorso ottobre al XVI Congresso nazionale Aiom.

Quale figura di riferimento?
Per lunghi periodi, chi ha avuto un tumore ha bisogno di una figura di riferimento a cui fare domande sui molteplici aspetti della propria vita. Oggi è l’oncologo, come dimostra un sondaggio presentato al convegno e condotto dall’Associazione Malati di Cancro (AIMaC). Dopo le dimissioni dall’ospedale e i primi trattamenti, durante il follow up il 59% dei pazienti considera come proprio referente l’oncologo, il 26% ha un mix di specialisti (oncologo, chirurgo, radioterapista o altri), solo il 9% conta sul proprio medico di famiglia e un 6% dei malati dice di non avere una figura specifica a cui affidarsi. Anche per piccoli disturbi legati alla malattia oncologica preferiscono di più andare dall’oncologo (42%), anche se un malato su tre talvolta va dal proprio medico di famiglia. Se si tratta di affrontare gli effetti collaterali delle cure o di esporre dubbi e preoccupazioni legate al tumore le risposte non cambiano molto. Fra quanti però hanno fiducia nel medico di famiglia la soddisfazione per le risposte ottenute è elevata (il 68% ha ritenuto utile il suo parere). Di certo su un punto c’è un ampio consenso, il 73% dei pazienti riconosce il valore della collaborazione fra oncologo e medico di famiglia per la gestione della sua malattia, ma oltre la metà (54%) giudica oggi questo rapporto insufficiente.

Una collaborazione più stretta tra oncologi e medici
Opinione condivisa anche dai clinici, per il 57% di loro la cooperazione ospedale-territorio è inadeguata. Oncologi e medici di famiglia (interpellati in altri due sondaggi, condotti parallelamente al primo da Aiom e Simg) non si parlano o si parlano poco e questo pesa nella gestione della patologia, soprattutto dopo la fase acuta. Con la conseguenza di affollare per anni gli ambulatori di oncologia degli ospedali, far lievitare i costi, affrontare trasferte verso il centro clinico con perdite di giornate di lavoro per i familiari. Eppure basterebbe poco per sviluppare un forte rapporto fra oncologo e medico di medicina generale che potrebbe, senza problemi, gestire il follow-up del paziente, riservando la visita specialistica quando è davvero utile. «Nel nostro Paese quasi un milione di persone si sottopone a controlli di follow-up», sottolinea Carmine Pinto, appena eletto Presidente Aiom. «Dobbiamo dare loro la possibilità di essere seguiti per le visite di routine anche vicino casa, senza recarsi per forza nei centri oncologici. Ecco perché è necessario creare un modello di condivisione del follow-up con i medici di famiglia. Un’alleanza che ottimizzi l’assistenza e diminuisca i tassi di ospedalizzazione durante la sorveglianza clinica. Questo significa garantire alle persone una migliore qualità di vita. Ovviamente, in caso di necessità o di urgenza, il centro specialistico rimane sempre presente. Ma dobbiamo iniziare a deospedalizzare il più possibile la patologia oncologica Questo significa garantire alle persone una migliore qualità di vita».

Il ruolo del medico di famiglia
Nella prospettiva che i cosiddetti lungosopravviventi continuino ad aumentare, grazie soprattutto alle nuove terapie, servono nuovi modelli. «La richiesta dei malati è chiara: adottare un modello di cure integrate caratterizzato da una costante interazione tra i professionisti, in tutte la fasi della storia clinica della persona – spiega il dottor Claudio Cricelli, Presidente SIMG. «Le competenze necessarie, infatti, sono articolate e non possono essere concentrate su una figura unica. Anche se solo un paziente su quattro si reca sempre dal medico di famiglia per consigli sui piccoli disturbi, la nostra attività è fondamentale già “a monte”, nell’identificazione dei fattori di rischio. Deve esserlo sempre più anche in fase di malattia conclamata, soprattutto nella gestione degli effetti collaterali più leggeri delle terapie e nei piccoli disturbi quotidiani. Grazie a una collaborazione adeguata tra oncologi e medici del territorio riusciremo a ottimizzare le risorse e ridurre i costi. Priorità assolute, vista la grave situazione economica».

Il follow-up
Il follow-up è una procedura indispensabile per il monitoraggio dei risultati delle terapie e per la diagnosi tempestiva delle eventuali ricadute. Vengono utilizzate visite cliniche, esami ematochimici, markers e indagini strumentali, secondo protocolli ben codificati e basati sulle evidenze di letteratura. «L’ansia del paziente o la medicina difensiva da parte del curante possono comportare un eccessivo e anomalo ricorso a esami diagnostici – spiega il professor Pinto – al di fuori dei protocolli, con utilizzo di fondi che vengono distratti da altre necessità assistenziali. In un sistema sanitario che opera con risorse limitate tutto questo è inaccettabile. Nel 2013 In Italia, i nuovi casi di cancro sono stati 366mila: 200.000 (55%) negli uomini e 166.000 (45%) nelle donne. Questi dati fotografano perfettamente la dimensione del problema, in quanto i pazienti ricorrono con la frequenza prevista dai protocolli a esami di follow-up, per un tempo di vita fortunatamente molto lungo».

Il costo dei farmaci antitumorali
Nel 2013 in tutto il mondo sono stati spesi circa 91 miliardi di dollari per i farmaci oncologici. La crescita media dell’ultimo quinquennio è stata del 5,4% l’anno rispetto a un +14% del periodo 2003-2008, il rallentamento del tasso di crescita è dovuto sia a un minor utilizzo di terapie innovative per grandi gruppi di pazienti sia alla scadenza di alcuni brevetti. I farmaci antineoplastici in Italia rappresentano la terza categoria terapeutica con una spesa di 3,6 miliardi di euro nel 2013. Il 92,1% sono a carico delle strutture pubbliche. I farmaci innovativi hanno permesso un crollo della mortalità del 38% in venti anni, mentre la diagnosi precoce e i trattamenti efficaci hanno portato la sopravvivenza all’ 87%. I farmaci antitumorali costano ma salvano vite umane per questo vanno sempre più coinvolte le istituzioni.

8 italiani su 10 ignorano il pericolo del fumo passivo
Otto italiani su 10 non sanno che il fumo passivo può provocare il cancro del polmone. E lo dimostra il fatto che il 71% dei nostri connazionali fuma regolarmente in luoghi chiusi. Il 49% dichiara anche di fumare in presenza di bambini e solo il 45% cambierebbe il suo stile di vita per prevenire la neoplasia. Sono alcuni dei dati emersi dal sondaggio condotto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) su oltre 3.000 cittadini. L’indagine fa parte della campagna nazionale di sensibilizzazione sul tumore del polmone, promossa dall’AIOM. L’obiettivo è ricordare ancora una volta a tutti che respirare sigarette, proprie e altrui determina il 90% del totale dei decessi per tumore del polmone. E il fumo passivo è un importante fattore di rischio, che aumenta fino al 30 per cento le probabilità di sviluppare la malattia. Ma, come risulta dal sondaggio, troppi ignorano le regole fondamentali della prevenzione. L’AIOM ha realizzato anche un’indagine fra i propri soci ed è prevista la diffusione in tutti i centri di oncologia della penisola di due opuscoli informativi: uno sui danni del fumo passivo (e attivo), da distribuire anche negli ambulatori dei medici di medicina generale, l’altro su come affrontare al meglio questa neoplasia, destinato ai pazienti e ai familiari. Il fumo passivo rappresenta il principale fattore inquinante degli ambienti chiusi e provoca nel mondo oltre 600.000 morti l’anno. Il 25% della popolazione italiana è esposto ai suoi rischi. E poiché non vi è dubbio che le sigarette possono trasformare il salotto di casa in un luogo pericoloso per la salute, sarebbe opportuno, secondo gli oncologi, estendere i divieti antifumo a tutti gli ambienti chiusi o troppo affollati come automobili, spiagge, stadi e parchi.

L’olio extravergine d’oliva previene il cancro al colon
L’olio extravergine d’oliva innesta meccanismi che prevengono il cancro al colon. È quanto emerge da uno studio condotto da Mauro Maccarrone, docente di biochimica presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, e da Claudio D’Addario, ricercatore in biologia molecolare presso l’Università degli Studi di Teramo. La ricerca, recentemente pubblicata sulla rivista internazionale Journal of Nutritional Biochemistry, mostra come l’olio extravergine di oliva sia in grado di aumentare l’espressione di un gene che regola i meccanismi di alterazione dei geni sensibili ai fattori ambientali, primo tra tutti la dieta. «Il nostro studio – sottolinea Mauro Maccarrone – rafforza la fiducia nel fatto che una dieta appropriata possa aiutare a prevenire i tumori, ma anche altre patologie diffuse, come i disturbi neurologici, l’obesità e il diabete».

Informazioni
I sondaggi presentati in questo servizio sono parte del primo progetto nazionale che riunisce Aiom, Simg e associazioni di pazienti, reso possibile da un educational grant di Novartis, per rilanciare ai massimi vertici istituzionali il messaggio della condivisione del follow-up. Sono stati realizzati anche opuscoli informativi e un sito internet, che diventerà una piattaforma di confronto tra specialisti. Se volete ricevere gratuitamente notizie su Cancro: comincia l’era del dialogo consulta il sito www.aiom.it

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