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Sopravvivenza ai tumori: Italia sopra la media europea

Vera Lanza, N. 4 aprile 2014

In Italia i pazienti oncologici sopravvivono più a lungo rispetto alla media europea. Il nostro è tra i Paesi dove a 5 anni dalla diagnosi di un tumore si sopravvive di più. E questo riguarda anche i bambini. Ma le notizie di studi e ricerche che hanno dato risultati positivi, in questo inizio anno, non sono finite. E abbiamo pensato di proporvene qualcuna tra le più recenti. In particolare una novità che riguarda il melanoma e arriva dall’istituto Pascale di Napoli: sono aumentate del 15% le guarigioni in 20 anni fra gli uomini. E più in generale, secondo gli scienziati, negli ultimi vent’anni si è arrivati a raggiungere una diminuzione del 20% del rischio complessivo di morte per cancro. I progressi in questo senso sono stati più rapidi per gli uomini neri di mezza età, per i quali i tassi di mortalità si sono ridotti del 50%. Ma facciamo un passo alla volta.

L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Istituto Superiore di Sanità hanno presentato a Bruxelles lo studio Eurocare 5 che confronta la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di tumore. E l’Italia si è attestata sopra la media europea. Non altrettanto bene per i Paesi dell’Est dove si sono registrati i risultati peggiori. Eurocare 5 è la più vasta indagine sulla sopravvivenza per tumore, che copre oltre il 30% della popolazione europea adulta (461 milioni) e il 77% di quella infantile (59 milioni).
In Italia, dicevamo, a 5 anni dalla diagnosi di un tumore si sopravvive di più rispetto ad altre nazioni. Le differenze maggiori si osservano per i tumori dello stomaco (sopravvivono a 5 anni dalla diagnosi il 32% di persone in Italia rispetto al 25% della media europea), del rene ( 67% contro il 61% ), della prostata ( 89% contro il 83% ), del colon ( 61% contro il 57% ) e della mammella ( 86% contro il 82% ).
E nonostante i miglioramenti nella diagnosi precoce e nel trattamento dei tumori dell’ultimo decennio la sopravvivenza non raggiunge gli stessi livelli e miglioramenti nei Paesi dell’Europa orientale. Questo studio, che fa parte del vasto progetto EUROCARE che sta sorvegliando la sopravvivenza dei pazienti oncologici in Europa da oltre 20 anni, ha proprio l’obiettivo di focalizzare l’attenzione sulle disuguaglianze esistenti fra aree geografiche europee e discutere misure correttive per il futuro. Il lavoro ha messo in luce gli andamenti temporali della sopravvivenza per i dieci tumori più frequenti attraverso l’analisi dei dati provenienti dai registri di tumore di 29 Paesi europei con dati disponibili per l’intero periodo dal 1999 al 2007. E ha coinvolto oltre 10 milioni di adulti e 60.415 bambini europei diagnosticati tra il 2000 e il 2007 e osservati fino al 2008.
«La buona notizia è che il numero di adulti che sopravvivono almeno 5 anni dopo una diagnosi di tumore è aumentato costantemente nel tempo in tutta Europa» spiega Roberta De Angelis, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità, tra gli autori dello studio. «Questo è in gran parte da attribuirsi all’incrementata diffusione dei programmi di screening e ai progressi dei protocolli di cura. Tuttavia continuano a sussistere grandi differenze di sopravvivenza tra le regioni europee, differenze che si vanno riducendo per alcuni tumori, in particolare per mammella, colon retto, prostata e melanoma della pelle, ma anche ampliando per altri, come ad esempio per i linfomi».

La sopravvivenza più bassa per la maggior parte dei tumori si registra in Europa orientale e in qualche caso il divario tra l’Est e l’Ovest si sta riducendo rispetto al passato. Per esempio si registrano miglioramenti nel confronto tra l’Europa orientale e occidentale nella sopravvivenza al cancro del seno: la differenza per questa patologia è diminuita di circa il 20% nel periodo 2005-2007 rispetto a una precedente analisi svolta sul periodo dal 1999 al 2001. E comunque anche in Europa occidentale ci sono realtà dove la sopravvivenza è inferiore alla media. Questo accade nel Regno Unito e in Irlanda; in quest’ultima si fa riferimento al tumore del colon dove la sopravvivenza è del 52% mentre la media europea è del 57% ; per l’ovaio sopravvivono a 5 anni dalla diagnosi il 31% contro una media del 38% ; per il rene la differenza è ancora maggiore, 48% rispetto al 61%. In questo scenario l’Italia, insieme a Portogallo e Spagna, è tra quelli a migliore sopravvivenza in Europa per la maggior parte dei tumori. Notevoli livelli si riscontrano anche a nord, a eccezione della sola Danimarca, e in Austria, Belgio, Francia, Germania, Svizzera e Paesi Bassi. Lo studio messo a punto dall’Int e dall’Istituto Superiore della Sanità ha evidenziato che gli aumenti di sopravvivenza più significativi sono avvenuti per il tumore della prostata (da 73% nel 1999-2001 all’ 82% nel 2005-2007), il tumore del retto ( 52% rispetto al 58% ), il linfoma non-Hodgkin ( 54% rispetto al 60% ). Stando ai ricercatori, non è facile capire le ragioni delle differenze geografiche. In quanto il primo pensiero ci porterebbe a differenti investimenti in salute, ma non è proprio così semplice. E il caso della Danimarca lo dimostra: pur avendo un buon sistema sanitario, ha una sopravvivenza più bassa rispetto ad altri Paesi. In questo caso il dato potrebbe essere spiegato dal tipo di organizzazione dei servizi oncologici.

I tumori nei bambini
Lo studio ha analizzato anche la sopravvivenza ai tumori tra gli 0 e i 14 anni. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi per tutti i tumori equivale al 79% nel periodo di osservazione di studio (2005-2007) con un lieve aumento rispetto al passato ( 76% nel periodo 1999-2001). E stavolta migliora anche la situazione dei Paesi dell’Est. Gli aumenti più significativi della sopravvivenza ai tumori nell’infanzia riguardano l’Europa orientale, dove si è passati dal 65% nel periodo 1999-2001 al 70% nel periodo 20052007. Tuttavia sono state osservate ancora grandi differenze in Europa, che vanno da un minimo del 70% in Europa orientale
fino all’ 80% nei Paesi del nord, del centro e del sud Europa. Per i tumori del sangue come le leucemie e i linfomi non-Hodgkin, che rappresentano oltre un terzo dei tumori infantili il rischio di morte entro 5 anni dalla diagnosi è diminuito in media del 4-6% all’anno.

Gli uomini e il melanoma
Che sia grazie a una maggiore prevenzione o a terapie più avanzate, in Italia, gli uomini che oggi si ammalano di melanoma guariscono del 15% in più rispetto al passato: mentre venti anni fa la percentuale delle guarigioni si fermava al 69%, oggi arriva all’ 84%. Si tratta di un aumento significativo, del 15%. Un risultato che purtroppo non trova invece riscontro fra le donne, dove l’incremento è stato del 6%, passando dall’ 83 all’ 89%. L’incidenza di questo tumore ha avuto un incremento di circa il 30% negli ultimi 10 anni e in Italia fa registrare ogni anno circa 1.500 decessi. Ma torniamo al maggior numero di guarigioni negli uomini. «Non conosciamo esattamente i motivi di questa differenza – afferma il dottor Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e Direttore dell’Unità di Oncologia Medica e Terapie Innovative del “Pascale” di Napoli – ma una spiegazione del miglioramento complessivo dei tassi di sopravvivenza a 5 anni può essere trovata nella diffusione capillare delle campagne di prevenzione e nelle terapie sempre più efficaci. Oggi si stanno aprendo grandi prospettive con l’immunoterapia personalizzata, un approccio che permette di selezionare il paziente in base al “bersaglio” che si vuole colpire». L’Istituto “Pascale” è all’avanguardia nella sperimentazione delle tecniche diagnostiche e dei trattamenti innovativi, presentati proprio a Napoli nella quarta edizione del “Melanoma Bridge”, il convegno internazionale che ha riunito a dicembre, più di 200 esperti da tutto il mondo. «Nel 2013 si stimano 10.500 nuovi casi in Italia, circa 1.000 in Campania» continua il dottor Ascierto. «Il 20% è riscontrato in pazienti di età compresa tra 15 e 39 anni. Se la malattia è individuata in fase iniziale, è sufficiente la semplice asportazione del neo ». Dagli esperti anche qualche raccomandazione “nuova” rispetto a quelle tradizionali che partono dal non prendere la tintarella senza un adeguato filtro solare: non farsi fare i tatuaggi su dei nei. Altrimenti è più difficile la diagnosi. I pigmenti infatti ostacolano il monitoraggio dei nei, i cui cambiamenti rappresentano il segnale della trasformazione in forma tumorale. La combinazione dei nuovi trattamenti, in particolare dei farmaci immunoterapici, e la loro somministrazione in sequenza, rappresentano la svolta nella lotta contro questo tipo di tumore della pelle. Non solo. «Uno studio guidato dal “Pascale” – sottolinea il professore Nicola Mozzillo, Direttore del Dipartimento Melanoma, Tessuti molli, MuscoloScheletrico e Testa-Collo dell’Istituto partenopeo – ha dimostrato l’efficacia dell’associazione costituita da un innovativo anticorpo monoclonale, ipilimumab, con l’elettrochemioterapia. Con questa tecnica, utilizzata finora nel trattamento locale delle metastasi, si ottengono percentuali di successo intorno al 70% ».

Una molecola alla base dello sviluppo metastasi a ovaio
Una molecola di RNA, denominata mir-181a, è responsabile nella proliferazione delle metastasi del tumore all’ovaio e nella resistenza ai farmaci antitumorali. Lo dimostra una ricerca coordinata dall’IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, i cui dati sono stati pubblicati sulla rivista americana “Nature Communications”. L’Unità di Genomica Traslazionale, diretta da Sergio Marchini, nel Dipartimento di Oncologia diretto da Maurizio D’Incalci presso l’Istituto milanese, ha identificato, grazie a un finanziamento AIRC, una piccola molecola di RNA, denominata mir-181a, che sembra essere estremamente importante nel guidare i meccanismi di resistenza alla terapia. Attraverso una collaborazione con un gruppo di ricercatori americani, guidato da Analisa Di Feo del “Case Comprehensive Cancer Center “ di Cleveland, e con il gruppo di bioinformatica dell’Università di Padova diretto da Chiara Romualdi, i ricercatori del Mario Negri hanno dimostrato che in due serie differenti di pazienti, una italiana dell’Ospedale San Gerardo di Monza ed una americana del Mount Sinai di New York, l’espressione di mir-181a correlava inversamente con la sopravvivenza delle pazienti. «Le pazienti che ne esprimevano di più – spiega Sergio Marchini – recidivavano più precocemente e la loro malattia era resistente alle terapie e progrediva più rapidamente. Si è osservato in topi trapiantati con tumori umani dell’ovaio che aumentando l’espressione di mir-181a le cellule di carcinoma dell’ovaio diventano molto più mobili, formano un numero di metastasi maggiore e diventano insensibili alle terapie farmacologiche. Bloccando questa molecola si invertono molte delle caratteristiche di malignità e di resistenza delle cellule tumorali». «Il tumore dell’ovaio – conclude Maurizio D’Incalci – non è una singola malattia, ma molte diverse malattie che differiscono per estensione, caratteristiche patologiche, sensibilità alle terapie a sopravvivenza. I risultati della ricerca aprono nuove prospettive per caratterizzare in modo più preciso le pazienti con carcinoma dell’ovaio e per identificare nuove terapie».

Buone notizie dal mondo
Un gruppo di ricercatori della University of Cincinnati ha scoperto che usare terapie aventi come target specifico il profilo molecolare del cancro ai polmoni non a piccole cellule con la proteina mutata KRas, è la migliore strategia contro questa patologia. Lo studio è stato presentato durante la Lung Cancer Joint Conference on the Molecular Origins of Lung Cancer tenutasi a San Diego. Il cancro ai polmoni non a piccole cellule con mutazione KRas attualmente non ammette farmaci e non esiste terapia che possa aiutare questi pazienti. Gli scienziati, nello studio, hanno purificato gli Rna provenienti dalle banche dei tessuti tumorali e normali di polmoni, ottenuti da 20 pazienti con un tipo di cancro al polmone e 17 altri malati con mutazione KRas e cancro non a piccole cellule. I risultati dello studio, a detta dei ricercatori, gettano luce su nuove strategie di trattamento per pazienti con vari tipi di cancro ai polmoni non a piccole cellule collegato alla mutazione KRas.

E sempre sul melanoma, un accenno va fatto a un interessante studio pilota condotto dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Nei pazienti affetti da melanoma l’analisi molecolare dei “linfonodi sentinella”, cioè quelli più vicini all’area del tumore e più a rischio di metastasi, può identificare i casi a maggior rischio di recidiva nei 5 anni successivi all’intervento chirurgico di rimozione dello stesso. Queste informazioni non vengono dal tumore ma dalle nostre difese immunitarie. È questa la novità dello studio pilota condotto dal gruppo di ricerca guidato da Monica Rodolfo, biologa dell’Unità di Immunoterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Research. Lo studio, basato sull’analisi dei profili di espressione genica in biopsie di linfonodo sentinella di pazienti con melanoma, il tumore della pelle più pericoloso, dimostra come l’aggressività della malattia, che determina se il paziente sarà guarito dopo la chirurgia o avrà una successiva recidiva, non dipende dalle caratteristiche del tumore bensì da quelle della risposta immunitaria. Un risultato che testimonia che le nostre difese immunitarie sono in grado di condizionare il decorso della malattia anche nel caso dei tumori.
Tra i marcatori identificati nello studio vi è la molecola CD30, che risulta più espressa nelle cellule immunitarie linfonodali e in quelle circolanti dei pazienti con malattia aggressiva. Queste cellule mostrano una funzione alterata e sono segno di immunosoppressione o di esaurimento dell’immunità antitumore.
Lo sviluppo clinico di queste informazioni potrebbe consentire di identificare quali pazienti, dopo l’intervento chirurgico, abbiano un elevato rischio di recidiva e necessitino quindi di ulteriori terapie, evitando invece un trattamento inutile e tossico ai pazienti guariti dalla chirurgia.
«La molecola CD30 – spiega Monica Rodolfo – potrebbe diventare un nuovo bersaglio terapeutico per i pazienti con melanoma. Essendo già disponibili farmaci che agiscono su questo marcatore CD30, è possibile immaginare che questa nuova strategia terapeutica possa essere studiata nei pazienti in tempi relativamente brevi».

Lo studio pilota ha esaminato con analisi di genomica i linfonodi sentinella di 42 pazienti affetti da melanoma con differente aggressività della malattia. I ricercatori miravano a identificare biomarcatori in grado di individuare i pazienti ad alto rischio di recidive del tumore. Per fare questo hanno confrontato i linfonodi sentinella di pazienti in cui il tumore aveva avuto una recidiva con quelli di pazienti senza recidiva fino a cinque anni dopo la rimozione chirurgica del tumore primario. In aggiunta i ricercatori hanno raccolto campioni di sangue da 25 pazienti con melanoma di stadio 3 e 4 e li hanno comparati con quelli di donatori sani combinati per età e sesso. Il team di ricerca ha scoperto che il linfonodo sentinella dei pazienti con recidiva dopo cinque anni presentava cellule immunitarie con alterazione dell’espressione di geni coinvolti nei processi di sopravvivenza, proliferazione e metabolismo cellulare. I ricercatori hanno trovato inoltre che le cellule con immunitarie positive per il marcatore CD30 erano più espresse nei linfonodi sentinella dei pazienti con recidiva del tumore e in quelli con stadio della malattia avanzato.

Cancer Statistic, i morti continuano a diminuire
Il tasso di mortalità in seguito al cancro continua a diminuire. La notizia arriva dal Cancer Statistic 2014, report dell’American Cancer Society. Secondo gli scienziati, negli ultimi vent’anni si è arrivati a raggiungere una diminuzione del 20% del rischio complessivo di morte per cancro. I progressi in questo senso sono stati più rapidi per gli uomini neri di mezza età, per i quali i tassi di mortalità si sono ridotti del 50%. Nonostante questo miglioramento, i maschi neri continuano ad avere però i più alti tassi d’incidenza di cancro e morte tra tutte le etnie americane, circa il doppio di quelli degli asiatici, che hanno il tasso più basso. Il report è stato pubblicato sulla rivista CA: A Cancer Journal for Clinicians. Secondo il rapporto, quest’anno ci saranno negli Usa 1.665.540 nuovi casi di cancro e 585.720 morti. Tra gli uomini, circa la metà dei casi di tumore riguarderanno cancro al polmone, alla prostata o al colon e fra le donne, i tre cancri più comuni nel 2014 saranno alla mammella, al polmone e al colon. Il cancro al seno, da solo, dovrebbe rappresentare il 29% di tutti i nuovi casi di tumore fra le donne.

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