Esegui una ricerca

Informativa privacy

Alternative sempre più efficaci

Grazia Leone, N. 5/6 maggio giugno 1999

Il livello della ricerca ematologica in Italia - soprattutto in ambito clinico - è da sempre molto elevato e i risultati dei nostri studi sono spesso pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali. Un dato importante, visto che negli ultimi decenni l'ematologia ha raggiunti i migliori risultati nell'ambito della lotta ai tumori. Le leucemie e i linfomi, infatti, vere e proprie condanne a morte fino a trent'anni fa, sono oggi guaribili in oltre la metà dei bambini e in circa un terzo degli adulti colpiti.
A Roma, in particolare, alcuni tra gli studi più innovativi e promettenti riguardano il trapianto del midollo osseo, trattamento fondamentale per sconfiggere alcune neoplastie ematologiche. I ricercatori dell'Istituto Superiore di Sanità - intente ad isolare le cellule staminali emopoietiche del midollo - sono giunti a risultati sorprendenti e prossimi alla pubblicazione. Per comprenderne la portata, però, è bene fare alcune premesse.
Il trapianto si dice autologo se si effettua con il modello dello stesso paziente, allogenico se si fa ricorso a quello di un donatore. Il midollo osseo contiene cellule staminali, cellule progenitrici non differenziate e precursori differenziati. Più precisamente, le cellule staminali originano quelle progenitrici che a loro volta danno vita ai precursori. Da questi ultimi, infine, derivano le cellule circolanti nel sangue. Le cellule staminali del midollo, dunque, generano indirettamente tutto il sangue, e in un trapianto sono le uniche veramente utili e indispensabili. Da qui la necessità di isolarle e - in caso di trapianto autologo - purificarle da eventuali contaminazioni neoplastiche.
"Da molti anni si tenta di isolare le preziose cellule staminali che nel sangue midollare sono poche, visto che il rapporto rispetto alle altre cellule è di una su 100.000 circa", dice Cesare Peschle, direttore del Laboratorio di Ematologia ed Oncologia dell'Istituto Superiore di Sanità.
"Noi crediamo di aver raggiunto lo scopo, avendo individuato un marcatore specifico delle cellule staminali. É una scoperta di notevole impatto che aprirà nuove strade al trapianto di midollo. Se ne gioverà molto anche la terapia genica delle cellule staminali, potenzialmente in grado di curare diverse malattie a carattere ematologico o immunologico sia congenite, come la talassemia, sia acquisite, come l'AIDS. Dal punto di vista biotecnologico, inoltre, le cellule staminali purificate potranno autoreplicarsi e generare le cellule del sangue in vitro.
Nella medicina del futuro, quindi, è verosimile che si producano in laboratorio tutte le cellule del sangue, limitando così il ricorso ai donatori sempre così difficili da trovare".
Particolare la seconda ricerca condotta dall'Istituto Superiore di Sanità volta ad individuare le cause della leucemia di cui ancora poco si conosce. Per studi di questo tipo occorrono molti fondi e, evidentemente, manca il sostegno delle case farmaceutiche. "Stiamo inserendo in cellule progenitrici e staminali normali alcuni geni leucemici, precisamente proteine di fusione", spiega Peschle. "L'obiettivo è trasformare i progenitori normali in cellule leucemiche in modo da sviluppare un modello in vitro su cui studiare la genesi delle leucemie. Su tali modelli, inoltre, si potrà anche verificare l'impatto delle nuove terapie prima di applicarle ai pazienti". L'Istituto Superiore di Sanità fa anche ricerca di base, o preclinica, altro campo che in Italia fruisce di finanziamenti ridotti.
"Stiamo cercando di individuare i meccanismi dell'apoptosi, cioè della morte delle cellule emopoietiche", dice Peschle.
"Sono meccanismi funzionalmente importanti in condizioni normali, che però possono essere alterati in numerose patologie, in particolare nelle neoplastie ematologiche ed immunologiche".
La ricerca ematologica punta molto anche sull'immunoterapia.
Una sua possibilità è quella di utilizzare gli anticorpi, molecole che difendono il corpo dalle infezioni, al fine di colpire in modo mirato le cellule tumorali, salvaguardando quelle sane. In particolare, citochine specifiche o anticorpi monoclonali vengono opportunamente manipolati e poi diretti contro antigeni specifici della malattia. Si utilizzano anche vaccini sintetizzati specificamente per il singolo paziente.
La complessità degli studi consiste nell'individuare sia gli anticorpi giusti sia i marcatori di superficie che caratterizzano le cellule cancerose da abbattere. L'intento - comune ad altri campi di ricerca - è quello di trovare una soluzione alternativa ai chemioterapici, farmaci utilissimi nella lotta al cancro, ma tossici visto che colpiscono sia i tessuti malati si quelli sani. Un importante studio di immunoterapia si sta svolgendo presso l'università La Sapienza di Roma.
"Stiamo utilizzando anticorpi monoclonali che riconoscono molecole di superficie tipiche dei linfomi non Hodgkin", dice Franco Mandelli, direttore della Divisione di Ematologia dell'ateneo. "La sperimentazione sta già dando buoni risultati e riguarda pazienti che, dopo aver subìto un trattamento chemioterapico convenzionale, presentano ancora cellule neoplastiche. La scomparsa della malattia viene valutata, poi, con una metodica di biologia molecolare. In effetti, l'immunoterapia nelle emopatie maligne sta riscuotendo un rinnovato interesse grazie soprattutto alle enormi possibilità offerte oggi dalla biologia molecolare nell'intervenire sui meccanismi della risposta immune".
Tanti altri sono i settori in cui spazia la ricerca ematologica. "Risultati molto promettenti stanno arrivando anche dal trapianto delle cellule del sangue del cordone ombelicale", continua Mandelli. "Presso la nostra università c'è una banca del sangue del cordone ombelicale che contiene le cellule prelevate al momento del parte e successivamente congelate. Si tratta di una banca fisica al contrario di quella relative al midollo osseo che è virtuale, essendovi conservati soltanto i dati dei donatori. Data la esigua quantità del sangue contenuto in un cordone, le sue cellule si usano per trapianti allogenici su bambini o persone di corporatura minuta. I risultati più entusiasmanti ottenuti negli ultimi anni, però, riguardano la leucemia acuta promielocitica, una varietà aggressiva fino a poco fa estremamente temibile, ora guaribile in circa l'80% dei casi. Di ciò siamo particolarmente orgogliosi perché la ricerca svolta nel nostro Paese in ambito biologico e clinico ha avuto un ruolo di primo piano, tanto che i risultati migliori del mondo si ottengono con un protocollo tutto italiano basato sull'impiego di acido retinoico. Per il resto, anche la terapia genica fa intravedere possibili applicazioni cliniche su specifiche indicazioni".
Risultati certo soddisfacenti che, però, non possono far dimenticare alcuni problemi della ricerca italiana. "A parte alcuni laboratori in cui si riesce a lavorare ad altissimo livello, bisogna dire che in Italia si continua ad investire nella ricerca meno rispetto agli Stati Uniti e ad alcuni Paesi europei", sostiene Mandelli. "Molto spesso si deve ricorrere a fondi privati non solo per la ricerca, ma anche per l'assistenza. Così, i ricercatori desiderosi di acquisire tecniche e metodi avanzati sono spesso costretti a specializzarsi all'estero. La lentezza della burocrazia per l'approvazione di studi clinici da parte delle strutture competenti costituisce spesso un altro grave ostacolo, anche se una corretta regolamentazione delle sperimentazioni cliniche è necessaria e costituisce un'imprescindibile garanzia per i malati. Infine, per ottimizzare i risultati delle ricerche bisognerebbe migliorare l'organizzazione ospedaliera e ridurre i tempi di attesa per gli accertamenti".
Fondamentale è anche la collaborazione tra i vari Istituti di ricerca in Italia e all'estero. A questo proposito, nel 1982 è stato fondato il Gimema, Gruppo italiano malattie ematologiche maligne dell'adulto, promosso inizialmente dalla cattedra di Ematologia dell'Università La Sapienza, a cui aderiscono settanta Centri ematologici italiani. Al centro elaborazione dati del Gimema confluiscono sia i risultati dei trattamenti svolti nei vari istituti sia quelli delle ricerche più recenti. E proprio nell'ambito del Gimema è stata messa a punto la terapia per la leucemia acuta promielocitica riferita in precedenza.
"Tante sono le ricerca condotte nell'ambito del Gimema" dice Alessandro Pulsoni, assistente presso il Dipartimento di Biotecnologie cellulari ed Ematologia de La Sapienza. "Particolari sono due studi epidemiologici. Il primo intende evidenziare il ruolo dell'epatite C nella genesi delle malattie emopoietiche. Si è notato, infatti, che in malti di alcune forme di linfomi è presente il virus dall'epatite C. É uno studio detto 'caso-controllo' in quanto si raffronta l'incidenza di questo virus nei malati di linfoma e nelle persone che hanno contratto altre malattie. Questa ricerca coinvolge una decina di Centri collegati al Gimema tra cui l'Istituto Superiore di Sanità e l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. La seconda ricerca mira a verificare se le onde elettromagnetica - come quelle emesse dalle linee elettriche e dagli elettrodomestici - provocano le malattie del sangue nei bambini. É anche questo uno studio 'caso controllo' che dall'attuale fase pilota passerà presto a quella operativa".
Il Gimema è collegato a gruppi europei come l'Eorto, European organitation for research and treatment of cancer.
"Talvolta, applichiamo studi promossi all'estero", spiega Pulsoni. "Bisogna dire, comunque, che negli ultimi anni in Italia la ricerca e i trattamenti per la cura delle neoplasie del sangue hanno fatto enormi progressi tanto che in questo campo i viaggi della speranza oltre confine non sono più giustificabili".


Torna ai risultati della ricerca