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Nuove chance di guarigione per il tumore del pancreas

Cristina Mazzantini, N. 6/7 giugno/luglio 2012

Aumentano del 20% le chance di guarigione per i pazienti colpiti da cancro del pancreas, anche in stadio avanzato, grazie a tecniche chirurgiche d’avanguardia che possono e devono essere eseguite solo in poli d’eccellenza. Tra i Centri italiani di riferimento adatti a gestire tali situazioni di elevata complessità si segnalano quelli di Roma, Pisa, Bologna, Verona e Milano. È quanto emerso durante il congresso sul "Tumore del pancreas localmente avanzato" che si è tenuto recentemente presso il Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma, presieduto da Giovanni Battista Doglietto, professore ordinario di Chirurgia generale, Guido Costamagna, professore ordinario di Endoscopia digestiva, e Carlo Barone, professore ordinario di Oncologia medica all’Università Cattolica di Roma. «È sempre più attuale la necessità di un approccio multidisciplinare per una patologia come il tumore del pancreas che, già grave di per sé, nella sua forma avanzata vede spesso il medico rinunciare al trattamento, inconsapevole della disponibilità, anche in Italia, di metodiche innovative di maggiore efficacia», ha spiegato il professor Doglietto. Sui nuovi approcci terapeutici che sembrano offrire oggi possibilità di cura, e garantire una migliore qualità di vita al paziente, hanno concordato i tre presidenti del congresso. I quali hanno aggiunto un dato: al Policlinico Gemelli in un anno sono stati curati 262 malati con neoplasia del pancreas, di cui 80 sottoposti a intervento chirurgico curativo mentre gli altri sono stati sottoposti a trattamenti endoscopici e chemio-radioterapici. Sono numeri considerevoli che pongono l’ospedale romano al primo posto come polo sanitario per il Centro-Sud nella cura del tumore del pancreas. Al congresso romano è stato sottolineato che una di queste tecniche operatorie innovative è, appunto, praticata al Policlinico dell’Università Cattolica dai chirurgi oncologi Giovanni Battista Doglietto e Sergio Alfieri. Tale metodica, indicata per le neoplasie localmente avanzate che comportano un intervento chirurgico più complesso, consiste nella resezione pancreatica con la contemporanea asportazione dei vasi mesenterici (i vasi che provvedono a irrorare l’intero intestino), quando risultano infiltrati dal tumore, e che può essere eseguita solamente in Centri con alti volumi di attività e con un’esperienza multidisciplinare. E ancora. La tecnica chirurgica non è un approccio nuovo, ma attualmente è eseguita in pochi Centri in Italia: non più di sei. È stato sottolineato dai presidenti che il Gemelli è dotato di unità operative integrate e all’avanguardia come la chirurgia digestiva, l’endoscopia digestiva, l’oncologia medica, che ne fanno un polo di riferimento nazionale per la cura di tumori pancreatici. «L’ospedale offre tecniche chirurgiche innovative (quali, ad esempio, il trattamento laparoscopico mininvasivo per alcune neoplasie della coda del pancreas) che permettono di operare anche quei pazienti che in altri centri possono essere giudicati inoperabili. Inoltre sono disponibili dei protocolli di chemio e radioterapia che si avvalgono sia di farmaci innovativi sia di "acceleratori lineari" di ultima generazione e della radioterapia intra-operatoria. È anche presente un’unità operativa di endoscopia diagnostica tra le prime in Europa», hanno proseguito i relatori. Per saperne di più abbiamo intervistato il professor Doglietto.

All’interessantissimo incontro scientifico romano si è discusso di neoplasie pancreatiche localmente avanzate. Esistono soltanto quelle forme di tumore?
«Direi di no, anche se esse rappresentano la maggioranza. Infatti circa il 90% delle neoplasie pancreatiche è d’origine esocrina, forma difficilmente trattabile, spesso inoperabile e altamente letale. Perché quando il paziente arriva all’osservazione medica è ormai troppo tardi. Di solito la neoplasia è molto estesa e vi sono le metastasi. C’è però una minoranza, circa il 10% di tumore del pancreas, gli insulinoma, che sono d’origine endocrina. L’insulinoma è facilmente operabile e guaribile perché si diagnostica precocemente. In questi casi, infatti, si arriva dal chirurgo con un tumore piccolo (addirittura di pochi cm.). Quindi si coglie il cancro in fase iniziale. Per un medico è facile riconoscere un soggetto con una neoplasia pancreatica endocrina perché normalmente egli manifesta una crisi ipoglicemica, lontano dai pasti, e lamenta un malessere grave fino a svenire. In tal caso è bene sospettare e diagnosticare un insulinoma. Purtroppo la situazione si complica quando parliamo dei tumori esocrini che, come abbiamo detto, rappresentano il gruppo più numeroso di cancri del pancreas».

Come mai i tumori esocrini sono così difficili da diagnosticare?
«È bene ricordare che i sintomi di questa neoplasia sono spesso aspecifici. Questo provoca un ritardo diagnostico nel 6070% dei casi, dimezzando le chance di sopravvivenza. Le manifestazioni più comuni sono ittero, dolori addominali, perdita di peso e appetito, astenia, nausea o vomito e/o insorgenza di diabete mellito. Non esistono metodiche di screening efficaci per la diagnosi precoce. Nel sospetto clinico l’esame diagnostico di primo livello è la TAC o la RMN del pancreas, seguiti dall’eco-endoscopia e dal dosaggio di un marcatore neoplastico (il Ca 19/9) che ha una sensibilità e specificità di circa l’ 80%. La diagnosi precoce può essere ottenuta attraverso periodiche ecografie dopo i 60 anni, nei soggetti a rischio».

Esistono quindi dei fattori di rischio. Quali sono i più comuni?
«Possiamo annoverare tra i fattori di rischio il diabete non insulino-dipendente (ovvero quello che in genere si manifesta dopo i 45 anni di età), la pancreatite cronica e alcune malattie genetiche rare, quali la sindrome di von Hippel-Lindau e la neoplasia endocrina multipla di tipo I. Anche alcol e caffé sono sospettati di favorirne lo sviluppo (anche se la correlazione non appare certa), cosi come alcune esposizioni professionali a solventi di uso industriale e agricolo e a derivati della lavorazione del petrolio».

Si può prevenire?
«Sarebbe fondamentale adottare degli stili di vita possibilmente più corretti e sani. Quindi senza dubbio è importante non fumare, dal momento che il fumo di sigaretta rappresenta il carcinogeno più chiaramente implicato nel determinismo di una neoplasia maligna pancreatica, e assumere una dieta ricca di verdure, frutta fresca e povera di alcol. Si deve anche fare regolarmente attività fisica. Le persone poi che hanno altri casi di tumore del pancreas in famiglia dovrebbero sottoporsi a controlli periodici».

Come si cura?
«Nei tumori diagnosticati allo stato iniziale, ovvero il 20-30% dei casi, è possibile eseguire la chirurgia radicale. A questa è importante affiancare o far precedere una chemio-radioterapia adiuvante/neoadiuvante: tale approccio riduce il rischio di morte di circa il 25% rispetto alla sola chirurgia».

In conclusione, ricordiamo che, seppur raro, si tratta di un tumore altamente mortale. Infatti,secondo dati del Registro ItalianoTumori, l’adenocarcinoma del pancreas è la settima causa di morte per tumore fra i maschi e la sesta fra le donne. In Italia si verificano 8.283 nuovi casi l’anno. Purtroppo è uno tra i tumori meno curabili: la sopravvivenza è del 22% a 1 anno dalla diagnosi, del 7% a 3 anni e del 5% a 5 anni.

Tumore al pancreas: pesticidi sotto accusa
I pesticidi sono sotto accusa per l’aumento dei casi di tumore al pancreas, una malattia che uccide ogni anno oltre 8mila italiani. «Stiamo cominciando a pagare il prezzo di un’industrializzazione non attenta ai disastri dell'ambiente. Un’industrializzazione che ha introdotto nella produzione degli alimenti sostanze inquinanti come i pesticidi. Questi ultimi, in modo particolare, possono agire sul Dna umano», ha ammesso il professor Gian Massimo Gazzaniga dell'ospedale Galliera di Genova. Secondo gli esperti potrebbero essere proprio le "aggressioni" al patrimonio genetico le principali cause dell'aumento del tumore al pancreas in Italia e in tutti i Paesi industrializzati. Nel tumore del pancreas il trattamento chirurgico rappresenta, al momento, l’unica possibilità di cura, purtroppo l’asportazione del tumore è possibile solo nel 15-30% dei casi.

Sei goloso di salsicce? Rischi il tumore al pancreas
Sono una delizia per il palato, a prescindere dal modo in cui vengono cucinate. Ma salsicce, insaccati e carne lavorata in genere rappresentano un pericolo concreto per la salute, se si esagera con le quantità: aumenta il rischio di sviluppare un tumore al pancreas. Secondo uno studio svedese, esisterebbe un legame tra il consumo regolare di questi alimenti e il tumore al pancreas. In pratica, basterebbe l'equivalente di una salsiccia al giorno (50 g.) nella dieta per aumentare il pericolo del 19%. In ogni caso la chance di ammalarsi di questa rara forma tumorale resta bassa, aggiungono gli studiosi. Il fatto di mangiare carne rossa, oltre a quella processata, era stato collegato già in passato a un tipo di tumore, quello al colon. Ora il lavoro condotto da Susanna Larsson del Karolinska Institutet di Stoccolma e pubblicato sulla rivista scientifica British Journal of Cancer aggiunge nuovi timori. La ricerca ha analizzato i dati di 11 trial relativi a 6.643 pazienti con tumore al pancreas. Si è scoperto, così, che il rischio per i golosi di salsicce e affini aumenta del 19% per ogni 50 g di queste carni in più al giorno. Insomma, due salsicce (100 g) fanno salire il pericolo del 38%. «Si tratta di un tumore che ha scarsi tassi di sopravvivenza. Dunque è importante capire cosa può far aumentare il pericolo di ammalarsi», sottolinea l’esperta che raccomanda di limitare il consumo di carne rossa.

Tumore al pancreas: la dieta lo tiene sotto controllo
Per dovere di cronaca riportiamo una notizia che potrebbe far discutere. Sembrerebbe che una dieta energetica e ricca di carboidrati protegga gli uomini fumatori dal tumore al pancreas, soprattutto se evitano i cibi troppo grassi. Lo rivela uno studio statunitense pubblicato sulla rivista American Journal of Epidemiology. Rachael Z. Stolzenberg e colleghi del National Cancer Institute, in collaborazione con il National Public Health Institute di Helsinki, hanno studiato come la dieta possa contrastare l’effetto del fumo di sigaretta sul rischio di tumore al pancreas in 27mila uomini dai 50 ai 69 anni d'età. Analizzando i dati raccolti durante dodici anni, in cui sono stati seguiti i fumatori, i ricercatori hanno scoperto che i grassi aumentano molto il rischio di tumore al pancreas. In particolare, la probabilità cresceva del 40% per i fumatori che consumano molto burro e del 60% per quelli che ingerivano molti grassi saturi. Al contrario, il rischio diminuiva del 40% sia con diete che fornivano molta energia sia con quelle ricche di carboidrati.

Cancro all'intestino
Di diagnosi e terapie sulle neoplasie maligne primitive dell’intestino tenue si è discusso di recente a Viterbo, al Congresso della Società Italiana di Chirurgia Oncologica dal titolo "Primary Malignant Neoplasms of Small Bowel: Updates (Tumori Maligni Primitivi dell'Intestino Tenue: Attualità)", organizzato e presieduto da Raffaele Macarone Palmieri, direttore della Uoc di Chirurgia Generale dell’Ospedale Belcolle di Viterbo. All’evento hanno partecipato numerosi relatori provenienti da tutta Italia, tra cui quattro presidenti delle maggiori società scientifiche chirurgiche italiane. Sebbene l’intestino tenue costituisca più del 60% della lunghezza complessiva del tratto gastroenterico, i tumori maligni che vi si sviluppano rappresentano soltanto l’ 1-2% di tutte le neoplasie maligne gastrointestinali. Proprio a causa dell’esiguità numerica delle neoplasie maligne dell’intestino tenue, nonostante la loro frequenza sia in aumento, l’informazione relativa alle suddette neoplasie è piuttosto limitata. Spesso la diagnosi non è molto agevole né precoce, data la scarsa specificità della presentazione clinica e la non elevata sensibilità anche delle più moderne metodiche di imaging. Lo scopo dell’incontro scientifico è stato quello di evidenziare le ultime novità in tema di diagnosi e terapia delle neoplasie maligne primitive dell’intestino tenue, organizzando dei faccia a faccia tra i maggiori esperti a livello nazionale.

Novità su Aspirina e cancro
Alcuni scienziati australiani hanno individuato un legame fra l’abilità delle cellule tumorali di circolare nell’organismo e la capacità dei farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS), come l’umile aspirina, di frenarne la diffusione. La scienza medica conosce da molti anni i benefici dei FANS ma finora non erano chiari i processi biologici coinvolti, come ha scritto il professor Steven Stacker del Peter MacCallum Cancer Centre di Melbourne sulla rivista Cancer Cell. «Era noto che i tumori secernono attivamente una gamma di proteine e di composti, chiamati fattori di crescita, che attraggono i vasi sanguigni e linfatici nell’immediata vicinanza e permettono loro di fiorire, metastatizzare e diffondersi», ha aggiunto il professore. Quando la persona ha il cancro, tali vasi vengono "sequestrati", diventando un condotto per le cellule che si distaccano dal tumore primario e si diffondono per l’organismo. La ricerca mostra che i vasi linfatici maggiori si espandono nel processo di metastasi, aumentando di volume e permettendo quindi alle cellule e al fluido di circolare più liberamente. I farmaci anti-infiammatori come l’aspirina a loro volta frenano la dilatazione dei vasi linfatici, con l’effetto di bloccare la diffusione metastatica. «In questa ricerca abbiamo scoperto che un gene, detto PGDH, collega questi fattori di crescita al percorso cellulare della prostaglandina che causa l'infiammazione e la dilatazione dei vasi attraverso il corpo. Gli effetti positivi dei FANS sono ora più chiari», ha spiegato Stacker. La scoperta apre la strada a una gamma di nuove terapie potenti, mirate a questo percorso nei vasi linfatici, che restringono le linee di alimentazione di un tumore e quindi frenano il trasporto di cellule cancerose nel resto del corpo. Le nuove terapie potranno aiutare a contenere molti tumori solidi epiteliali, compresi il cancro al seno e alla prostata. Inoltre sarà possibile sviluppare un "sistema di allarme avanzato" per i tumori prima che essi diventino incontrollabili.

A caccia di "segnali di fumo" dei tumori per la diagnosi precoce
I tumori mandano dei "segnali di fumo", sotto forma di proteine, che una volta individuati permettono una diagnosi precoce. Per dare la caccia a questi marcatori è appena partito un progetto che vedrà insieme chimici, medici, fisici e biologi di diversi centri del Friuli Venezia Giulia, il cui scopo è mettere a punto uno strumento basato su nanotecnologie che possa sia scovare i tumori che monitorare l’andamento dei farmaci nel sangue. Il primo passo del progetto, finanziato da Airc e Miur, sarà quello di trovare una proteina che faccia da "esca" per i biomarcatori: «Trovare una proteina capace di riconoscere uno specifico marcatore è un po’ come cercare un ago in un pagliaio, dato che le alternative possibili sono dell’ordine di 100 miliardi», ha precisato Alessandro Laio della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. «Per risolvere questo formidabile problema utilizzeremo i metodi di simulazione avanzata al computer di cui siamo esperti». L'esca proteica, spiega l'esperto, andrà poi integrata in un dispositivo basato sulla nanotecnologia, idealmente della dimensione di una siringa, che permetterebbe uno screening molto semplice dei pazienti. Lo stesso principio potrebbe essere usato, cambiando "esca", per verificare l'andamento della concentrazione dei farmaci nel sangue, consentendo terapie dai dosaggi personalizzati. Sono coinvolti nel progetto esperti della Sissa e dell’Università di Trieste, dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia e dell’Università di Udine, del Cro di Aviano, del Sincrotrone Elettra e dell’Istituto per l'Officina dei Materiali del Cnr.

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