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Lotta ai tumori, ecco le 5 novità dall'ASCO

Monica Melotti, N. 4 aprile 2012

Il tumore colpisce ancora. A chiunque sia capitato di avere, sventuratamente, in casa propria, o nell’ambito delle proprie conoscenze, un malato di cancro, sa bene la sofferenza che si prova. Un essere umano, d’improvviso, in buona forma fisica e mentale, ha saputo attraverso macchine sofisticate, la notizia dal medico: "alcune sue cellule sono impazzite e continuano a riprodursi, e stanno invadendo lo spazio di altri organi". Una notizia che cambia la vita, che sconvolge l’esistenza del malato e dei suoi familiari. Ma fortunatamente sono cresciute anche le armi per combattere il tumore. La ricerca non si ferma e gli scienziati mettono a punto terapie sempre più innovative e personalizzate. Ma anche noi possiamo fare molto per combattere il cancro. Secondo uno studio, il più ampio mai fatto sul cancro e le sue cause, pubblicato sul British Journal of Cancer, il 40% dei tumori può essere evitato con una modifica dello stile di vita, in particolare eliminando il fumo, riducendo l’assunzione di alcol, adottando una dieta corretta, combattendo il sovrappeso e contemporaneamente facendo attività fisica regolare a tutte le età. Al congresso annuale dell’Asco (American society of clinical oncology) sono state presentate alcune importanti novità terapeutiche in campo oncologico accompagnate da dati scientifici. Ecco le 5 novità più importanti per incrementare la lotta ai tumori. Vediamoli insieme al professor Umberto Tirelli, direttore del dipartimento di oncologia medica dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano.

1. Un nuovo farmaco per il melanoma
Per la prima volta si è riscontrata un'aumentata sopravvivenza nei pazienti con melanoma avanzato grazie a un nuovo farmaco, il vemurafenib, che colpisce elettivamente una mutazione genica specifica nel tessuto tumorale del melanoma. Questo farmaco è stato approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), come la prima e unica terapia personalizzata per il trattamento del melanoma inoperabile o metastatico, positivo alla mutazione del gene BRAF V600E, presente nella metà circa dei casi di melanoma, la forma più aggressiva e mortale di tumore della pelle. Inoltre, è stato approvato, sempre dalla Fda, il test Cobas 4800 per la determinazione della mutazione di BRAF V600, un test diagnostico sviluppato da Roche per individuare i pazienti idonei per il trattamento con questo farmaco. L'approvazione di vemurafenib da parte dell’Agenzia si basa sui risultati di due studi clinici, presentati a Stoccolma al Congresso europeo di Oncologia. Il gene BRAF ha un ruolo chiave nella trasmissione dei segnali di proliferazione cellulare e la sua mutazione è presente in circa il 50% dei casi di melanoma. Questa mutazione genetica fa sì che la cellula sia in continua proliferazione e determina lo sviluppo del tumore. Da qui l'idea di agire in modo mirato su questa proteina per spegnerla e quindi bloccare l'evoluzione del tumore. I risultati raggiunti da vemurafenib hanno dimostrato che questa idea può portare a una svolta nel trattamento del 50% dei casi di melanoma. Il nuovo farmaco è disponibile negli Stati Uniti già da settembre scorso ed è reperibile in Svizzera, Australia, Nuova Zelanda, Brasile, India, Messico e Canada. L’azienda farmaceutica Roche ha già depositato le domande di autorizzazione agli organi competenti. Nell'attesa che le istituzioni sanitarie forniscano le dovute autorizzazioni, Roche ha deciso di mettere a disposizione vemurafenib per tutti quei pazienti con melanoma metastatico positivo alla mutazione di BRAF V600 precedentemente trattato o non trattato, attraverso un programma mondiale di accesso allargato al farmaco chiamato Expanded Access Program (EAP).

2. Tac a spirale riduce il rischio di morte per tumore al polmone
È ormai risaputo che la Tac spirale possa ridurre la mortalità da tumore del polmone. Dopo gli studi dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) sui forti fumatori, dagli Stati Uniti arriva un ulteriore conferma pubblicata sul New England Journal of Medicine (Nejm). Uno studio multicentrico americano sponsorizzato dal National Cancer Institute ha coinvolto circa 55mila fumatori da almeno 30 anni e con una media giornaliera di un pacchetto di sigarette sottoposti a controlli periodici con Tac spirale. I risultati? I controlli hanno permesso di ridurre del 20% la loro mortalità da cancro al polmone. Un risultato importante nei numeri, una "prevenzione" del rischio di morte così come la mammografia ha ridotto negli anni la letalità dei tumori al seno. Lo studio americano dimostra per la prima volta su grandi numeri che una tac spirale a basse dosi fatta periodicamente, cioè una volta all’anno per tre anni, può ridurre la mortalità dei tumori del polmone negli attuali o passati forti fumatori. Il confronto è stato fatto con fumatori che eseguivano soltanto una comune radiografia del torace. Certamente, il messaggio principale è quello di non fumare e di smettere di fumare, ma per coloro che hanno fumato per oltre 20-30 anni un pacchetto di sigarette al giorno questo screening può essere importante perché può salvare la loro vita. Alla base di questo risultato c'è il fatto che la tac spirale è in grado di individuare tumori che altrimenti con le usuali metodologie diagnostiche, vedi la radiografia del torace, non vengono rilevati. Immagino che con macchine ancora più sofisticate, per esempio la Pet, si potrà arrivare a scoprire tumori del polmone sempre più piccoli e quindi a guarire sempre più malati da questo cancro. Prima però di ipotizzare uno screening di massa per tutti i fumatori ultra cinquantacinquenni, occorre risolvere qualche imprecisione: vi sono infatti falsi positivi (cioè noduli evidenziati che non sono poi tumore) nel 25% dei casi. La cautela è d'obbligo, ma resta il fatto che per i soggetti ad alto rischio di tumore del polmone questa è un’indicazione ormai comprovata dai numeri. E, quindi, non è poi così controindicato concedersi il lusso (al costo di alcune centinaia di euro) di una tac spirale a basse dosi che potrebbe salvare la vita.

3. I nuovi farmaci biologici che sostituiscono la chemioterapia
Tre pillole per far regredire il tumore al polmone? Si tratterebbe di tre nuovi farmaci che potrebbero sostituire la chemioterapia, evitando così gli effetti devastanti. Il primo farmaco è già disponibile in Italia si chiama "Gefinitib" ed è mirato a distruggere particolari tipi di cellule considerate nemiche. Un altro farmaco che si chiama “Erlotinib” si utilizza quando la chemio non da risultati, infine una molecola chiamata "Crizotinib", un nuovo anticancro studiato per la terapia dei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule che presentano una particolare mutazione del gene ALK (chinasi del linfoma anaplastico). Sviluppato da Pfizer, una volta in commercio il farmaco si chiamerà Xalkori. Sebbene l’efficacia di crizotinib nei pazienti con cancro del polmone e ALK positivi debba ancora essere confermata (il via libera è stata ottenuto con la procedura di "accelerated approval" ), la percentuale di risposte obiettive finora osservata in questo sottogruppo di malati è stata definita "senza precedenti". Bisogna puntualizzare che tali farmaci in ogni caso non hanno nessun tipo di effetto se il paziente continua a fumare. La speranza è che questi farmaci diventino l’unica arma veramente efficace contro il tumore ai polmoni, sostituendo definitivamente la chemioterapia.

4. Approvato un altro farmaco contro il melanoma
La Commissione europea ha espresso parere favorevole per l’utilizzo di ipilimumab nella terapia dei pazienti con melanoma avanzato precedentemente trattati. Il nuovo farmaco ha evidenziato un miglioramento della sopravvivenza nei pazienti colpiti dalla malattia in fase metastatica in uno studio di Fase III, randomizzato, in doppio cieco, pubblicato sul "New England Journal of Medicine" nel giugno 2010. Con l’approvazione di questa nuova molecola, i medici hanno una nuova opzione da offrire ai pazienti con melanoma metastatico. La possibilità di sopravvivenza è prolungata non di mesi, ma potenzialmente di anni. Si spera che la nuova modalità di azione di ipilimumab, insieme al fatto che la dose raccomandata prevede 4 infusioni in 3 mesi, sia in grado potenzialmente di cambiare la modalità di trattamento. È l’esempio del risultato che si può ottenere liberando il potere della risposta immunitaria del nostro organismo. Ipilimumab rappresenta un nuova opzione terapeutica nella immuno-oncologia, una disciplina in continua evoluzione. Colpisce indirettamente il tumore stimolando il sistema immunitario del paziente a riconoscere e distruggere le cellule cancerogene. In pratica blocca una determinata soppressione permettendo al sistema immunitario di rispondere alla presenza di corpi esterni come le cellule cancerogene. L’approvazione europea è arrivata lo scorso giugno, a poco più di tre mesi dal via libera dell’FDA. Il melanoma è una forma di cancro dell’epidermide caratterizzata dalla crescita incontrollata dei melanociti, cellule pigmentate contenenti melanina localizzate sulla pelle. La fase avanzata si verifica quando il cancro si diffonde oltre la superficie della pelle ad altri organi, come i linfonodi, i polmoni, il cervello o altre parti del corpo. Alcune cellule cancerogene possono evitare la sorveglianza da parte del sistema immunitario, permettendo così al tumore di sopravvivere. Se individuato nelle fasi iniziali, il melanoma può quasi sempre essere curato. Ciononostante, il melanoma avanzato è una delle forme più aggressive di cancro con il 75% delle persone che muoiono entro un anno. A causa di una prognosi molto infausta e della mancanza di trattamenti efficaci per i pazienti colpiti da melanoma metastatico in Stadio III non operabile e in Stadio IV, il bisogno di cure è ancora insoddisfatto. Rispetto a quanto avviene nella maggior parte degli altri tumori solidi, il melanoma colpisce persone più giovani.

5. Exemestane, un ormone per ridurre il cancro al seno
Un team internazionale di ricercatori ha dimostrato che la terapia ormonale con Exemestane (Aromasin) riduce l’insorgenza del 65% dei tumori al seno. I risultati dello studio, condotto su 4.500 donne in postmenopausa e ad alto rischio di tumore al seno, sono stati presentati all’Asco e pubblicati sul New England Journal of Medicine. Lo studio, condotto dall’équipe di Paul Goss, ricercatore dell’Harvard University di Boston, ha testato l’anti-estrogeno, Exemestane, appartenente alla famiglia degli inibitori dell’aromatasi. Già nelle donne in postmenopausa questa molecola è diventata l’ormone di riferimento per prevenire le recidive di carcinoma mammario. Lo studio ha voluto verificare se il farmaco poteva essere utilizzato oltre che nella prevenzione secondaria anche nella prevenzione primaria. Le 45.000 donne sono state divise in due gruppi: una metà è stata trattata con una compressa giornaliera di exemestane, l’altra con un placebo. Nei tre anni di studio nel gruppo in esame si sono verificati 43 tumori di cui 32 nel gruppo placebo e 11 casi tra le donne trattate, con una riduzione del 65 per cento dell’incidenza del tumore. Gli effetti collaterali (vampate di calore) sono stati leggermente più frequenti durante il trattamento, ma la qualità della vita era quasi equivalente nei due gruppi. Nessuna tossicità cardiovascolare o di osso è stato osservato, né la proliferazione di altri tumori. Lo studio conclude che la molecola potrebbe essere un trattamento preventivo più efficace rispetto ad altre terapie.

La strada per la lotta al tumore è ancora molto lunga, ma questi risultati sono incoraggianti. È chiaro che però bisognerà incidere sulla riduzione dei costi di queste terapie, i costi stanno diventando insostenibili per il nostro sistema sanitario. Infatti, mentre negli USA solo le assicurazioni prevedono la copertura di queste terapie, nel nostro sistema tutti i pazienti hanno diritto al trattamento gratuito con costi faraonici a carico della economia e chissà per quanto tempo questo modus operandi potrà essere garantito.

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