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Le cellule staminali e la crioconservazione

Cristina Mazzantini, N. 4 aprile 2012

Quando a una donna incinta si chiede: "Come vuoi che sia il tuo bambino?", la risposta più comune è: "Non m’interessa che sia maschio o femmina, l’importante è che nasca sano". Molte donne, tuttavia, non pensano al dopo. Ormai è scientificamente provato che, per preservare la salute futura del proprio figlio, in molti casi basta conservare il sangue del cordone ombelicale. In Italia, però, tale prassi è consentita solo in centri trasfusionali pubblici per uso allogenico (tra donatore e ricevente) oppure per utilizzo "dedicato" al neonato o un consanguineo con patologia in atto al momento della raccolta. Oppure in caso di famiglie a elevato rischio di malattie genetiche determinanti. Ma, se non si rientra in tali tipologie, che fare? Esiste la possibilità, dopo aver ottenuto l’autorizzazione dal ministero della Salute, di rivolgersi a Centri esteri. Qui iniziano le prime difficoltà sui criteri di scelta. Per le donne italiane, però, c’è una soluzione vicino casa. Basta recarsi a San Marino dove dal 2007 ha sede Bioscience Institute, un polo biotecnologico tra i più qualificati e avanzati d’Europa. Si tratta della prima "biobanca" privata di cellule staminali a essere presente nella nostra penisola che tuttora detiene la leadership in Europa per qualità e sicurezza biologica. Procedure, tecnologie e strutture dei laboratori garantiscono standard d’eccellenza certificati da enti sopranazionali. Presso i suoi laboratori è possibile effettuare la crioconservazione biologica in vapori di azoto di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale, da tessuto adiposo, da liquido amniotico e di fibroblasti.

Per saperne di più, noi di Prevenzione Tumori abbiamo intervistato il dottor Giuseppe Mucci, presidente e amministratore delegato di Bioscience Institute.

Cosa s’intende per cellule staminali?
«Naturalmente ci riferiamo a cellule adulte, ovvero quelle derivate da un organismo già sviluppato, che hanno il compito di generare nuove cellule destinate all’accrescimento, al mantenimento e alla riparazione di organi e tessuti. Si tratta di cellule multipotenti, capaci di trasformarsi in alcuni tipi di cellule specializzate. Le cellule staminali adulte contenute nel sangue del cordone ombelicale sono di tipo emopoietico, ovvero in grado di generare globuli bianchi, rossi e piastrine al pari di quelle del midollo osseo. Per questo il trapianto di cellule staminali del cordone ombelicale è indicato per curare bambini e adulti affetti da tutte quelle patologie che richiedono un trapianto di midollo osseo».

Potrebbe essere più chiaro su questo punto?
«Le cellule del cordone ombelicale sono capaci di contrastare efficacemente molte patologie ematologiche, immunologiche, genetiche, metaboliche e oncologiche. I trapianti con staminali permettono di trattare con successo varie forme di leucemie, linfomi, anemie, mielomi, aplasie midollari, talassemie e alcuni gravi difetti del sistema immunitario. Alle pratiche terapeutiche già ampiamente consolidate possono essere affiancate quelle che la ricerca scientifica sta sviluppando con promettenti risultati. Tra le applicazioni più recenti ci sono il retinoblastoma (tumore degli occhi) e neuroblastoma (tumore del cervello). In un prossimo futuro sarà possibile avere accesso a nuove terapie che utilizzeranno le cellule staminali per la cura di malattie degenerative come l’Alzheimer, il morbo di Parkinson, l’ictus, il diabete tipo 1, la distrofia muscolare, le patologie cardiovascolari e numerose altre malattie per le quali non esistono cure alternative».

Una volta presa la decisione di conservare il cordone ombelicale qual è l’iter da seguire?
«Deve essere fatta la richiesta per ottenere il rilascio del nullaosta all’esportazione da parte del ministero che va inoltrata un mese prima della data presunta del parto. Consiglio ai neogenitori di chiamare il nostro Numero Verde 800 985 177, dove saranno fornite tutte le informazioni, la modulistica e il supporto amministrativo per espletare agevolmente la procedura burocratica. Sempre contattando il Numero Verde, o compilando il modulo di adesione on-line, è possibile richiedere la spedizione del kit di raccolta che deve essere consegnato al personale medico il giorno del parto. Il nostro personale si occupa anche del ritiro e del trasporto del kit dopo il parto».

Poi che succede?
«In sala parto, subito dopo la nascita del bambino, viene raccolto il sangue del cordone ombelicale. Il prelievo è indolore e può essere effettuato sia in caso di parto naturale che di taglio cesareo, senza alcun rischio né per madre né per il neonato. Poi il campione di sangue cordonale è trasferito in un apposito contenitore termico pressurizzato e spedito, tramite corriere dedicato, presso i nostri laboratori. In un tempo compreso tra le 48 e le 72 ore dal parto, la sacca viene sottoposta ad analisi e avviata al processo di estrazione delle cellule staminali contenute nel sangue del cordone. Separate dalle altre componenti del sangue, le cellule staminali vengono portate gradatamente a una temperatura di -196°C e conservate, dopo un periodo di quarantena, per vent’anni in un contenitore criobiologico ai vapori di azoto. Su richiesta dei genitori è possibile effettuare gratuitamente anche uno screening neonatale per 60 malattie metaboliche. Questo test, effettuato nelle primissime ore di vita, permette di individuare l’eventuale presenza di patologie ancor prima che se ne manifestino i sintomi. Accertare tempestivamente l’esisten za di una patologia metabolica, intervenendo con un’adeguata terapia, può prevenire gravi danni all’organismo, soprattutto neurologici».

Che cosa s’intende per quarantena?
«Sono i primi 180 giorni di conservazione delle cellule staminali in un contenitore temporaneo. Trascorso questo periodo, la mamma ripete gli stessi esami effettuati nell’ultimo mese di gestazione (Anti HIV 1 e 2, Anti HCV, HBsAg, Anti-HBc, TPHA, Anti HTLV 1 e 2). Una volta confermato l’esito negativo degli esami, le cellule sono poste in un contenitore di stoccaggio definitivo. La quarantena è un requisito obbligatorio per legge. La sua mancata osservanza rende le cellule conservate inutilizzabili. È quindi un requisito necessario per certificare la "sicurezza biologica" ».

In conclusione, dottor Mucci, perché un genitore dovrebbe scegliere proprio il vostro Centro per conservare le staminali cordonali?
«Perché è l’unica struttura privata presente nella penisola italiana specializzata nella crioconservazione autologa di cellule staminali e capace di garantire requisiti di sicurezza e qualità certificati. È una delle pochissime biobanche in Europa ad aver conseguito non solo la certificazione UNI-EN ISO 9001:2000, ma anche la prestigiosa GMP – Good Manufacturing Practice, il più elevato standard qualitativo riconosciuto sia all’interno dell’Unione Europea che dalla FDA (Food and Drug Administration). La certificazione GMP garantisce la sicurezza biologica delle cellule conservate e ne consente l’utilizzo in caso di trapianto. Per effettuare un trapianto di staminali qualsiasi Centro Trapianti del mondo accetta solamente materiale biologico proveniente da laboratori certificati GMP. Staminali non correttamente conservate secondo questo rigido protocollo espongono il paziente a gravi rischi e potrebbero comprometterne la vita stessa. E ancora. Garantiamo la trasparenza. Infatti, con una semplice connessione al sito internet ( www. bioinst.com ), è possibile osservare in tempo reale, attraverso un circuito di webcam, ciò che avviene all’interno dei vari ambienti dei laboratori. In ogni momento e da qualsiasi latitudine è possibile verificare tutti i parametri di sicurezza biologica della struttura, i livelli di sterilità, temperatura, umidità e pressione dei laboratori, e apprezzare l’efficienza e la qualità delle procedure operative adottate dai biologi».

Cellule staminali e tumori
L’uso di cellule staminali per contrastare le lesioni al midollo spinale e alcune patologie tumorali: di questo si è ampiamente discusso durante la terza giornata del congresso internazionale sulle neuroscienze, IBRO, svoltosi a Firenze. Il focus della giornata si è concentrato sulla delicata tematica delle cellule staminali embrionali e sui risultati raggiunti in questo ambito dalla ricerca scientifica. Durante l’incontro con i giornalisti, gli specialisti hanno illustrato le problematiche relative a questo settore e gli obiettivi a cui guardare in futuro. In particolare, i lavori sono ruotati attorno alla possibilità di utilizzare ponteggi biologici per migliorare la riparazione delle lesioni da trapianto di cellule staminali e all’uso di quelle adulte per curare quei pazienti affetti da SCI (spinal cord injury), paralizzati a causa di lesioni al midollo spinale. Michael Fehlings, direttore del Centro medico di Neuroscienze Krembil e professore di Neurochirurgia presso l’Università di Toronto, ha illustrato le controversie che da sempre coinvolgono le cellule staminali sia da un punto di vista etico che religioso: dalla resistenza della Chiesa cattolica a quella di parte dell’opinione pubblica mondiale che non accetta o vede come inopportuno questo tipo di ricerca. A questo proposito si è posto l’accento su una distinzione fondamentale: quella tra cellule staminali totipotenti, dalle quali è teoricamente possibile sviluppare una nuova vita, un possibile "clone" umano, e cellule staminali che non hanno queste specifiche potenzialità. «Proprio queste ultime», ha spiegato il professor Fehlings, «sono quelle utilizzate da me e dal mio team, non andando a interferire quindi in campi ritenuti poco etici. Si tratta di questioni, però, di cui l’opinione pubblica dovrebbe essere bene informata».

Indirizzi utili
BIOSCIENCE INSTITUTE S.P.A.
Via Rovereta, 42 47891 – Falciano
Repubblica di San Marino
Tel. 0549.909905 Fax 0549.941580 Cell. 338.2157943
www.bioinst.com

Quando la diagnosi di tumore non induce a smettere di fumare?
Un’indagine del Massachusetts General Hospital dell’Harvard Medical School di Boston rivela che a una diagnosi di tumore al polmone o al colon-retto non corrisponde un abbandono del vizio del fumo in tutti i pazienti. Lo studio ha coinvolto 5.338 persone e ha fatto emergere che, a cinque mesi dalla diagnosi, circa il 14% dei pazienti con carcinoma polmonare e il 9% di quelli con tumore colonrettale continuano a fumare nonostante l'influenza negativa delle sigarette sul buon andamento della terapia e le possibilità di sopravvivenza. Da quanto pubblicato sulla rivista Cancer si è notato anche che i fumatori incalliti, che non rinunciano alle sigarette nonostante la malattia, hanno un basso indice di massa corporea, un insufficiente supporto emotivo e non hanno ricevuto chemioterapia o interventi chirurgici, sebbene abbiano prima sofferto di malattie cardiache. I pazienti con cancro colonrettale che non smettono di fumare sarebbero invece in maggioranza maschi, di poca istruzione e scarse risorse economiche.

Scoperto il meccanismo della formazione del glioblastoma
Il glioblastoma è un tumore che colpisce il cervello, i cui esiti sono spesso infausti. Un team di studiosi guidato da Luiz O. F. Penalva, docente presso il Dipartimento di biologia cellulare e strutturale dell’Health Science Center di San Antonio – Università del Texas, ha sottolineato l’importanza di concentrarsi sulla fase della regolazione post-trascrizionale per scoprire lo sviluppo della patologia. In un articolo pubblicato sulla rivista Molecular Cancer Research, organo dell'American Association for Cancer Research, i ricercatori spiegano come la connessione tra due proteine di RNA (Musashi1 e Hur) possa avere importanti conseguenze per il glioblastoma. «Si tratta di una scoperta assolutamente nuova rispetto a quello che finora potevamo soltanto immaginare a proposito di quel che sapevamo del glioblastoma. La maggior parte di ciò che sappiamo dalle ricerche sinora condotte su questa patologia, infatti, si limita alla trascrizione genica. Ora abbiamo dimostrato che ci sono anche altri processi regolativi che prescindono dalla trascrizione e che contribuiscono alla formazione del tumore». Il team di Penalva ha dimostrato che un aumento dei livelli di Hur regola l’espressione di Musashi1: le due proteine sono deputate al controllo dell'espressione dei geni legati al tumore e la loro interazione collega due reti geniche essenziali allo sviluppo del glioblastoma.

Un microrobot interviene sul tumore dello stomaco
Come riportato dal Journal of Gastroenterology and Hepatology a Singapore, grazie al contributo del Singapore National University Hospital, è stato messo a punto un minirobot capace di rimuovere in fase iniziale i tumori dello stomaco senza lasciare cicatrici. Il meccanismo è montato su un endoscopio ed entra nell’intestino del paziente attraverso la bocca. È dotato di una pinza per mantenere i tessuti cancerosi e un gancio che taglia e aiuta a coagulare il sangue per fermare le emorragie. Con l’ausilio di una minitelecamera collegata all’endoscopio, il chirurgo controlla le braccia robotiche a distanza, seduto davanti a un monitor. Come ha spiegato il dottor Lawrence Ho, il gastroenterologo che ha contribuito alla progettazione del cyber-chirurgo: «I robot sono capaci di eseguire movimenti molto complessi senza tremare. Il macchinario ci ha già aiutato a rimuovere i tumori allo stomaco in fase iniziale di cinque pazienti in India e a Hong Kong. Le operazioni hanno richiesto minor tempo per essere eseguite, mettendo i pazienti a minor rischio di incorrere in infezioni e permettendogli di cicatrizzare subito. Abbiamo usato il granchio come prototipo, poiché con le sue pinze molto forti riesce a raccogliere la sabbia».

Il tumore al polmone in aumento tra le donne
Le donne italiane con il vizio del fumo sono in aumento e hanno raggiunto i 5,3 milioni, con pesanti conseguenze sulla salute a tal punto che sono 9.500 i nuovi casi di tumore al polmone al femminile registrati nel 2011. Dal 1990 si registra una crescita costante del 2% l’anno, con un +40% in un solo ventennio, direttamente proporzionale all’incremento delle fumatrici. Il professor Carmelo Iacono della Fondazione AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) chiarisce: «È una vera emergenza che deve vederci impegnati tanto sul fronte della ricerca che su quello della prevenzione soprattutto nel contrasto al fumo. È infatti un fattore di rischio anche per altre importanti neoplasie, dal seno al colon retto. La sua diffusione fra le donne sta cambiando in parte l’epidemiologia dei grandi big killer che, rispetto a quando ci siamo formati noi, sono sempre più rosa. Per riuscire a vincere questa sfida di genere dobbiamo puntare sui giovani oncologi: per questo abbiamo promosso un progetto innovativo di borse di studio che, per la prima volta, prevede stage non all’estero ma nelle strutture di riferimento del territorio nazionale. Si tratta di un modo per valorizzare quanto di meglio la nostra specialità esprime».

Le statine inibiscono il tumore al seno
Secondo una ricerca della Columbia University, pubblicata sulla rivista Cell, le statine ipocolesterolemizzanti sarebbero in grado di inibire il tumore al seno. Carol Prives, autrice dello studio, puntualizza: «Potremmo identificare sottogruppi di pazienti i cui tumori possono rispondere alle statine. Naturalmente non possiamo trarre delle conclusioni definitive fino a quando non ne sapremo di più». Si tratta di uno studio clinico sulle statine nel tumore al seno, basato sullo stato di mutazione dell’oncosoppressore p53, che regola la proliferazione cellulare. La maggior parte dei tumori umani porta mutazioni del gene p53, molte delle quali, anziché bloccare lo sviluppo del tumore, lo favoriscono. «I topi senza p53 sviluppano il cancro e muoiono, ma quelli portatori di forme mutanti tumorali derivate del gene p53 si ammalano in maniera più aggressiva. Come queste forme mutanti di p53 agiscano in realtà è una delle grandi domande della ricerca sul cancro», prosegue sempre il nostro esperto. Il team, analizzando alcune cellule tumorali, ha scoperto che quelle con p53 mutante crescono in modo disordinato e invasivo, proprio come nel carcinoma mammario. Queste cellule sono state trattate con statine e la proliferazione si è arrestata.

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