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Individuata nello stomaco la 'fonte energetica' del cancro alle ovaie

Vera Lanza, N. 1/2 gennaio/febbraio 2012

Novità, soprattutto nel campo della prevenzione, per combattere il cancro ovarico, una patologia che, ogni anno, in Italia, colpisce ancora oltre 5.000 donne. Secondo quanto riporta uno studio dell’Università di Chicago, pubblicato su Nature Medicine, una massa di grandi dimensioni di cellule adipose, che si trovano nello stomaco, svolge un ruolo essenziale nel rifornimento di sostanze nutrienti alla crescita del carcinoma ovarico”. Come è tristemente noto il cancro alle ovaie costituisce la quinta causa di decessi per cancro nelle donne e tende a diffondersi all’interno della cavità addominale. Nell’80 per cento delle donne, il tumore ovarico si diffonde all’interno delle cellule adipose (una sorta di ‘mantello di grasso’), chiamate omento (si trova nell’addome superiore vicino allo stomaco).  Spesso, la crescita del cancro all’omento supera la crescita del cancro ovarico originario. Come ha spiegato l’'autore dello studio Ernst Lengyel, docente di ostetricia e ginecologia presso l’Università di Chicago, questo tessuto adiposo, che è straordinariamente ricco di lipidi ad alta densità energetica, agisce come trampolino di lancio per la diffusione di un cancro ovarico il più delle volte letale.
Secondo gli scienziati, quando le cellule tumorali raggiungono l’omento hanno il sopravvento. I ricercatori dell’università di Chicago lo hanno verificato iniettando delle cellule cancerose ovariche nell’addome di topolini sani, scoprendo così che queste raggiungevano l’omento in 20 minuti e che i segnali delle proteine emessi da questo grembiule attraggono le cellule tumorali. Disturbando quindi questi segnali si riduce il fenomeno di ‘attrazione’ almeno del 50 per cento. Inoltre una volta che le cellule tumorali raggiungono l’omento, cambiano e si nutrono delle cellule adipose. Secondo i ricercatori la proteina Fabp4, un vettore del grasso, sarebbe un elemento chiave di questo processo, visto che le cellule cancerose vicino a quelle dell’omento producono alti livelli di Fabp4. Quando si blocca l’azione di questa proteina, il trasferimento di nutrienti dalle cellule grasse a quelle tumorali si riduce drasticamente, così come la crescita del cancro e la sua capacità di generare nuovi vasi sanguigni. Questa proteina vincolante per gli acidi grassi (Fabp4), potrebbe essere dunque il vero bersaglio per il trattamento. “Le cellule che compongono l’omento - spiegano gli studiosi - contengono l’equivalente biologico del carburante permettendo alle cellule tumorali di nutrirsi e di moltiplicarsi rapidamente. Nutrono le cellule tumorali e le aiutano a moltiplicarsi rapidamente. Capire meglio questo processo ci aiuta a distruggerle. Riteniamo inoltre che il metabolismo del grasso possa ‘aiutare’ altri tumori, come quello al seno, gastrico e del colon”.
Ottenere una migliore comprensione di questo processo potrebbe aiutarci a imparare a rimuoverlo”. I ricercatori hanno eseguito una serie di esperimenti per identificare il ruolo di queste cellule lipidiche come ‘mediatori’ principali delle metastasi del cancro ovarico. Il primo passo è stato quello di comprendere i segnali biologici che attraggono le cellule del cancro ovarico all’omento per poi utilizzarlo per una rapida crescita. Tanto è vero che quando i ricercatori hanno inibito Fabp4, il trasferimento dei nutrienti dalle cellule di grasso alle cellule tumorali è stato drasticamente ridotto. La conclusione degli autori è dunque che “Fabp4 emerge come un bersaglio eccellente nel trattamento di tumori caratterizzati da una diffusione intra-addominale”.  La scoperta dei ricercatori può essere considerata un’arma in più per prevenire il tumore ovarico. Solo nel 25 per cento dei casi, questa patologia viene diagnosticata in una fase precoce, quando cioè  con un intervento chirurgico, le possibilità di guarigione sono intorno all’80-90 per cento. Il restante 75 per cento delle pazienti, invece, scopre il tumore in stadio già avanzato, quando ha intaccato anche altri organi dell’addome. Di queste pazienti, solo il 30-40 per cento guarisce, mentre il 60 per cento può solo sperare di trasformare il tumore in una malattia cronica con cui convivere, con un’aspettativa di vita che, per lo più, si aggira intorno ai tre anni.   
Il più diffuso tipo di cancro ovarico è il tumore epiteliale (circa il 90 per cento dei casi dei tumori ovarici) e colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa. Circa il 70 per cento dei casi vengono diagnosticati in fase avanzata. Un altro tipo è rappresentato dal tumore germinale, che ha origine nelle cellule interne dell'ovaio che concorrono nello sviluppo della cellula uovo (ovocita). Colpisce le donne di tutte le età con una leggera prevalenza nelle donne in età fertile. Costituisce circa il 5 per cento dei casi ed è spesso meno aggressivo rispetto le forme epiteliali. Infine, una terza tipologia è rappresentata dal tumore stromale, che ha origine dalle  cellule preposte alla produzione della gran parte degli ormoni femminili (estrogeni e progesterone). Rappresenta il 5 per cento dei casi e viene più facilmente diagnosticato nello stadio iniziale. Uno dei problemi più importanti nel trattare questa patologia sono le recidive: per la maggior parte delle pazienti il tumore si ripresenta dopo un certo periodo di tempo, nella maggior parte dei casi entro 15 mesi dalla diagnosi iniziale.

La fecondazione può aumentare il rischio di tumore alle ovaie
Attenzione aspiranti mamme: le donne che si sottopongono a trattamenti per aumentare la propria fertilità in vista della fertilizzazione in vitro, sono esposte a maggiori rischi di tumori alle ovaie. La prova arriva da uno studio condotto dal Netherlands Cancer Institute di Amsterdam. I ricercatori hanno mostrato infatti che le donne che si sottopongo a un trattamento di stimolazione ovarica, nella speranza di produrre più ovuli e aumentare così le possibilità di gravidanze, hanno il doppio della probabilità di sviluppare cancri 'borderline' alle ovaie, ossia di produrre una quantità anomala di cellule che possono diventare cancerose. La ricerca, pubblicata anche sulla rivista Human Reporoduction, è durata 15 anni, ha coinvolto 25mila donne, delle quali 19mila hanno alla fine ricevuto la fertilizzazione in vitro. Nel gruppo che si è sottoposto alla stimolazione ovarica, si sono mostrati 61 casi di tumori borderline, dei quali 30 sono diventati cancri invasivi.  

Cifre - colpite 5 mila italiane l’anno, 3 mila muoiono
Ogni anno 5 mila italiane vengono colpite dal tumore dell’ovaio e 3 mila muoiono. Molto ancora si può fare, quanto meno in termini di prevenzione. Oggi, infatti, 8 volte su 10 la diagnosi giunge quando il cancro è già in fase avanzata e la sopravvivenza è appena del 30 per cento. In questi casi, anche se si interviene, il tumore si ripresenta nell’80 per cento dei casi. L’impegno dei ricercatori va in più direzioni, perché due sono le sfide che si prefiggono: la diagnosi precoce e la prevenzione delle recidive. E per riuscire a vincerle è fondamentale una gestione della malattia condivisa fra oncologo e ginecologo. Tuttavia, proprio la collaborazione tra queste due figure rappresenta l’anello debole. E’ quanto emerso da un’indagine nazionale condotta fra i medici delle due categorie, che ha coinvolto oltre 1.100 esperti. La collaborazione tra oncologo e ginecologo è attualmente ritenuta insufficiente dal 63% dei primi e dal 32% dei secondi. La prevenzione, visto che non esistono purtroppo screening efficaci, deve partire da una corretta e quanto più possibile diffusa informazione: bisogna spiegare alle donne quali sono i sintomi a cui prestare attenzione. Identificarli non è facile, sono spesso sfumati e generali, molto simili ai ben più frequenti disturbi gastrointestinali: stitichezza, sensazione di gonfiore addominale, diarrea, difficoltà digestive, nausea. Tra i fattori di ischio più noti ci sono il fumo e il sovrappeso. Inoltre devono prestare particolare attenzione le donne che non hanno avuto figli, quelle che hanno avuto un menarca precoce e una menopausa tardiva. Da non sottovalutare inoltre il peso della familiarità: chi ha una madre, una sorella o una figlia affetta da carcinoma ovarico va sottoposta ad un attento monitoraggio. Il tumore dell’ovaio insorge soprattutto dopo la menopausa, è il sesto cancro femminile più diffuso al mondo, ma rappresenta la più comune causa di morte per neoplasie ginecologiche.

SIGO, AIOM, ACTO e ONDA insieme per le donne
Contro un tumore come quello all’ovaio serve una battaglia che coinvolga la totalità dei soggetti interessati. Il fatto che due importanti società scientifiche come SIGO (ginecologia) e AIOM (oncologia medica), insieme ad ACTO (Associazione contro il tumore dell'ovaio) si siano unite  per presentare la realizzazione di percorsi mirati di prevenzione, informazione e cura è fondamentale.
Il primo tavolo tecnico è stato organizzato dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, e si tenuto all'Istituto Superiore di Sanità. Ed è stato un’occasione per affrontare con un approccio multidisciplinare questo grave tumore. Un sondaggio su 500 ginecologi presentato a Milano, evidenzia e sottolinea, e soprattutto va a completare, quanto era emerso da una recente ricerca, svolta su oltre 500 donne: il tumore dell’ovaio è diagnosticato troppo tardi e quindi la mortalità è elevatissima. Questo dipende dal fatto che le donne sanno poco di questo tumore, lo confondono con il tumore dell'utero, ricavano le informazioni non sempre da fonti adeguate. Insomma: donne e ginecologi vedono lo stesso problema, pur con due occhi diversi. Ecco quindi l’importanza di un lavoro congiunto con le società scientifiche e le associazioni di pazienti, per aumentare la consapevolezza delle donne e per ‘fare sistema’ anche contro il tumore dell’ovaio.

L’aspirina dimezza il rischio di sviluppare i tumori  ereditari
L’aspirina spesso messa nella lista nera dei farmaci, può rivelarsi un’alleata per prevenire i tumori. Gli scienziati della Queen’s University di Belfast hanno scoperto che l’assunzione regolare di aspirina dimezza il rischio di sviluppare tumori ereditari, malattie che si sviluppano a causa di un ‘guasto’ genetico tramandato da un genitore. Parliamo dei tumori intestinali e dell’utero che sono le forme più comuni di cancro ereditario.  Lo studio, lungo dieci anni, ha coinvolto scienziati provenienti da 43 centri in 16 paesi diversi ed ha seguito quasi mille pazienti, in alcuni casi per oltre 10 anni. Dai risultati, pubblicati sulla rivista The Lancet, è emerso che coloro che avevano assunto una dose regolare di aspirina avevano un’incidenza del 50 per cento in meno di cancro ereditario rispetto a coloro che non stavano assumendo aspirina. La ricerca si è concentrata sulle persone con sindrome di Lynch, malattia genetica ereditaria che causa il cancro influenzando i geni responsabili per il rilevamento e la riparazione dei danni al Dna. Lo studio ha esaminato tutti i tumori legati alla sindrome, e ha scoperto che quasi il 30 per cento dei pazienti non in terapia con aspirina aveva sviluppato un cancro, rispetto al 15 per cento di quelli trattati con l’aspirina. In coloro che avevano assunto aspirina, i medici avevano riscontrato dei semplici polipi, che si pensa precursori del cancro. L’ipotesi è che l’aspirina potrebbe essere la causa di queste cellule a distruggere prima che diventino cancerose. I ricercatori della Queen University di Belfast, hanno sottolineato come questo sia un enorme passo in avanti in termini di prevenzione del cancro. Per coloro che hanno una storia di cancro ereditario nella loro famiglia, come i tumori dell’intestino e dell’utero, è senza dubbio una buona notizia. Non solo, infatti, in questo modo è possibile ridurre i tassi di cancro (e in ultima analisi, i decessi) ma si apre una strada alternativa per la futura ricerca. L’obiettivo degli scienziati sarà quello di valutare il dosaggio più efficace di aspirina per la prevenzione del cancro ereditario, cercando di comprendere come diminuire le note patologie allo stomaco, come le ulcere, associate all’uso costante del medicinale.

La Fda approva un nuovo test per il rischio di cancro alle ovaie
Un nuovo test per la stima di rischio di cancro alle ovaie. Lo ha approvato la Food and Drug Administration (Fda), l’organo governativo statunitense per il controllo dei farmaci. Il nuovo metodo utilizza una combinazione di analisi del sangue per le proteine HE4 e CA125 e un algoritmo chiamato Risk of Ovarian Malignancy Algorithm (Roma). I ricercatori, che hanno presentato i loro risultati all’annuale meeting della Society of Gynecologic Oncologists e che sono poi stati pubblicati sulla rivista Obstetrics and Gynecology, hanno mostrato che l’esame dei livelli di HE4 e CA125 presenta la maggiore accuratezza finora raggiunta nella determinazione del rischio di cancro alle ovaie in donne in pre e post menopausa che presentano una massa pelvica. Il nuovo sistema è stato sviluppato nell’ambito del Program in Women’s Oncology del Women & Infants Hospital di Rhode Island. Secondo i ricercatori usando questo nuovo sistema, è possibile aumentare notevolmente le probabilità di individuare le donne a rischio di cancro alle ovaie, soprattutto quando presentano una cisti o una massa ovarica. Finora le proteine CA125 e HE4 sono state indipendentemente collegate al cancro alle ovaie, ma separatamente non potevano condurre a una stima sicura del rischio che riguardasse tutti i tipi di cancro alle ovaie. Combinando i risultati delle analisi del sangue con il ‘Roma’, i dottori saranno in grado, nelle donne che presentano masse pelviche, di identificare le situazioni a più alto rischio di malignità. Il cancro alle ovaie è considerato da sempre un killer silenzioso per la difficoltà con cui vengono diagnosticati i sintomi che sono spesso confusi con quelli di condizioni non cancerose. I tre quarti dei tumori alle ovaie sono diagnosticati quando ormai la malattia è nello stadio avanzato, ed è difficile da trattare. L’approvazione del metodo ‘Roma’ è giunta in seguito a un trial che ha coinvolto 472 donne con massa pelvica per le quali era stata programmata la rimozione chirurgica. Ben il 95 per cento dei tumori epiteliali alle ovaie è stato classificato correttamente ad alto rischio   

In Gran Bretagna consigliano l’asportazione delle ovaie alle donne over 50 che sono ad alto rischio
L’ipotesi di farsi asportare le ovaie dovrebbe essere presa in considerazione da tutte quelle migliaia di donne ultracinquantenni a più alto rischio di sviluppare un cancro al seno o alle ovaie. La notizia, non facile da digerire e accettare, arriva da uno studio presentato durante il convegno della British Society for Human Genetics della Warwick University. Il lavoro dei ricercatori ha evidenziato che lo screening a ultrasuoni e i test ematici effettuati allo scopo di diagnosticare tempestivamente il cancro alle ovaie, non sono in grado di fornire risultati affidabili. Sulle 900 donne coinvolte nello studio, infatti, 23 hanno sviluppato cancro alle ovaie, che era stato individuato ai primi stadi in soli nove casi. Dieci di esse sono già decedute. Secondo gli specialisti dunque, le donne che hanno già superato i cinquant’anni, che non prevedono di avere altri figli e che hanno una storia familiare che le espone al rischio cancro, dovrebbero farsi asportare le ovaie, per abbassare la possibilità di avere tumori. Il cancro al seno è la più comune forma di malattia fra le donne inglesi, con circa 50 mila nuovi casi all’anno, mentre il cancro alle ovaie colpisce più di 6 mila donne. Circa una donna ogni 400-500 mostra una mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2, che la mettono a più alto rischio di sviluppare cancro al seno o alle ovaie.

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