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Nuove terapie ma non solo per il tumore della prostata

Minnie Luongo, N. 10 ottobre 2011

Abbiamo da poco superato la paura di indicare il tumore con il suo sinonimo di cancro; tuttavia, ci sono alcuni tipi di tumore che, da parte di chi ne è colpito, si sentono dichiarare sottovoce. Uno di questi, senza dubbio, è quello della prostata. Anche di questo aspetto psicologico si è parlato a Napoli durante il XXI Congresso Nazionale SIUro (Società italiana di urologia oncologica).

Il disagio nel parlare di tumore prostatico
Alla base di tale disagio sembra esserci soprattutto una quasi totale assenza di dialogo tra medico e paziente circa i timori sul mantenimento della propria qualità di vita, una volta diagnosticato questo tipo di tumore. È il risultato più interessante emerso da una ricerca condotta di recente, presentata a Berlino in margine all’”European Association of Urology”.
Nonostante il 67 percento dei pazienti affetti da carcinoma prostatico attribuisca notevole importanza al mantenimento inalterato del proprio stile di vita, lo studio ha evidenziato che meno della metà di loro solleva efficacemente il problema con il proprio medico.
Nata con l’obiettivo di indagare efficacemente le problematiche avvertite dai pazienti affetti da carcinoma prostatico, la ricerca si è articolata con interviste a 200 pazienti in cinque diversi Paesi europei (Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi e Spagna) nell’arco di un paio di mesi.
Dallo studio risulta che nove pazienti su dieci preferiscono soluzioni terapeutiche
diradate nel tempo, e l’81 percento dei pazienti – compresi nella fascia dei 70 anni – esprime
parere favorevole per trattamenti della durata di 6 mesi rispetto alle formulazioni a
1 e 3 mesi, che presentano gli stessi risultati in termini di efficacia ed effetti collaterali. Le soluzioni iniettabili somministrate, invece, in maniera ripetuta possono impattare negativamente sulla qualità della vita dei pazienti, risvegliando ansie e preoccupazioni per la presenza del tumore.
Due terzi dei pazienti al di sotto dei 70 anni d’età (64 percento) ritengono la terapia farmacologia nella formulazione da 6 mesi vantaggiosa, in quanto in grado di migliorare significativamente la qualità di vita e destare minori preoccupazioni, stress emotivi, e necessità di sottoporsi a ripetute visite di controllo. Inoltre, un regime di questo tipo può garantire lo svolgimento di tutte le attività desiderate, senza limitazioni di sorta.
In occasione della presentazione dei risultati della ricerca, uno dei pazienti intervenuti, riferendosi alla propria esperienza personale ha asserito «una volta comunicato il regime terapeutico cui sottoporsi, è un po’ come svolgere un lavoro. L’aspetto che più mi preme è che il trattamento sia adeguato alla qualità di vita, consentendomi la libertà e la comodità di seguire i miei principali interessi come, ad esempio, trascorrere del tempo libero assieme ai nipoti, fare shopping, passeggiare e godermi le vacanze con mia moglie».
Pertanto, riuscire a superare quella che è considerata una barriera dai pazienti, anche
semplicemente prendendo in considerazione i diversi tipi e formulazioni di trattamento
consentiti dalla terapia ormonale, è di estrema significatività clinica.
Un ulteriore aspetto indagato nella ricerca è il ruolo della famiglia e degli amici nel fornire
supporto e informazioni necessarie. A questo proposito, tre pazienti su cinque hanno espresso il loro parere favorevole nel coinvolgimento dei familiari nelle scelte terapeutiche, tanto che per il 44 percento le fonti d’informazione sul tumore alla prostata, oltre ai medici generici, rimangono la famiglia e gli amici.

“Programma Prostata”: una consulenza psicologica per l’uomo con tumore della prostataCurare l'uomo con il tumore della prostata significa prendersi cura anche delle dimensioni psicologiche, emotive e relazionali condizionate dalla paura generata dalla diagnosi di una malattia oncologica, dalla difficoltà di accettare gli effetti collaterali delle terapie, dalla necessità di ridefinire il proprio ruolo sociale e lavorativo. Da queste considerazioni nasce nel settembre 2004 il progetto “Per un sentire condiviso: l'uomo e il tumore alla prostata”, attivato presso il Programma Prostata della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, per offrire sostegno psicologico al paziente e alla sua famiglia con varie modalità, come ci illustra la dottoressa Tiziana Magnani:

  • Consulenza in fase di "decisione terapeutica". Il paziente deve essere coinvolto nella scelta terapeutica, anche se ciò può disorientarlo. La consulenza psicologica favorisce una presa di decisione aderente ai propri valori e alle priorità individuali, legittimando anche i dubbi derivanti dalle difficoltà emotive determinate dalla malattia.
  • Funzione "riabilitativa" psicologica durante e dopo il trattamento. Gli effetti collaterali dei trattamenti possono influenzare e modificare la qualità della vita dei pazienti e dei familiari. L'incontinenza, la funzione erettile alterata, la fertilità compromessa, l'eiaculazione modificata o assente, l'immagine corporea modificata hanno profonde implicazioni emotive e relazionali. Un percorso psicologico può accompagnare il paziente e la coppia in una ridefinizione di sé, che tenga conto dei limiti imposti dalla malattia stimolando nuove strategie di adattamento.

Per informazioni: 02/ 2390 3033, oppure: psicologiprogrammaprostata@istitutotumori.mi.it

Un nuovo farmaco
Ovviamente, se le ripercussioni psicologiche vengono spesso trascurate, i trattamenti restano in primo piano, com’è stato evidenziato al Congresso di Napoli. Proprio qui è stato presentato in anteprima assoluta in Italia un nuovo farmaco per la cura del carcinoma prostatico. Dopo un lungo iter burocratico prima internazionale poi italiano, finalmente il farmaco, prodotto dalla Ferring, è stato approvato e sarà distribuito con il nome di Firmagon. Rispetto alla terapia ormonale attualmente in uso, il nuovo farmaco introduce una serie di vantaggi fino ad ora preclusi a pazienti affetti da questa patologia.
Il meccanismo d’azione della terapia ormonale, che rappresenta ad oggi lo strumento maggiormente adottato per la cura del cancro prostatico, mira ad ottenere una “castrazione biochimica”, cioè ad eliminare le fonti di testosterone ritenuto responsabile della crescita tumorale della prostata. Il meccanismo d’azione si basa sulla stimolazione dell’ipofisi a produrre quegli ormoni che a loro volta stimolano il testicolo a produrre testosterone. Il meccanismo d’azione del nuovo farmaco, invece, ha un’azione di tipo antagonista, selettivo dell’ormone di rilascio delle gonadotropine, con il conseguente blocco dei ricettori ipofisari per il GnRH. In questo modo si evita l’innalzamento iniziale di testosterone, prima che se ne stabilizzi la soppressione definitiva. Alla stessa maniera e per lo stesso motivo risulta più rapida la riduzione del PSA (Antigene prostatico specifico, glicoproteina prodotta normalmente dalle cellule della ghiandola prostatica, la cui concentrazione nel sangue aumenta sensibilmente in presenza di un tumore alla prostata, di infezioni o iperplasia prostatica benigna).

L’importanza della multidisciplinarietà
Ancora una volta, quando si entra in ambito oncologico, è fondamentale il ruolo della multidisciplinarietà. E, a maggior ragione, in questo caso, poiché da parte degli specialisti si attui un impiego il più possibile del nuovo farmaco. Sottolinea il professor Giuseppe Martorana, presidente Siuro e direttore della Clinica Urologica del Sant’Orsola -Malpighi di Bologna: “La nostra filosofia è il lavoro di gruppo. Prima di intervenire, infatti, occorre definire il percorso attraverso l’interazione tra i vari specialisti, individuando il ruolo di ciascuna terapia a seconda del paziente. Il cancro alla prostata si può vincere sia attraverso una strategia che coinvolga le singole persone, sia grazie alla comunità scientifica, che deve proseguire sulla via dell’interdisciplinarietà”.
Da ultimo, ma non certo per ultimo, resta sul tappeto la “questione PSA” (vedi box). A questo proposito chiediamo di fare un po’ di chiarezza al dottor Giario Conti, responsabile Urologia del Sant’Anna di Como e presidente incoming SIURO (oltre che presidente AURO, Associazione urologi italiani): “Più studi hanno ormai dimostrato che il PSA non si addice allo screening di massa a cui sottoporre periodicamente tutti gli uomini di una certa età. Invece, è utile per i soggetti a rischio: coloro che presentano una familiarità positiva per carcinoma della prostata, e che dovrebbero eseguire il test almeno una volta fra i 45 e i 50 anni. Sulla base dei risultati, poi, si potranno attuare le strategie dei controlli e della loro frequenza”. Rendersi conto che un tumore progredisce in fretta è fondamentale per inserire i pazienti in un programma di “sorveglianza attiva”, invece che sottoporli immediatamente ad una terapia.
Le prossime novità all’appuntamento del 2012 a Bologna, per il XXII Congresso Nazionale SIURO.

Epidemiologia
Ancora sconosciute le cause specifiche di questo tumore. Il rischio che un uomo lo sviluppi è correlato ad età, genetica, razza (negli Usa, il cancro della prostata colpisce di più gli uomini di colore rispetto ai bianchi e agli ispanici), dieta, stile di vita, assunzione di farmaci...
Per quanto riguarda i geni: nessun gene preso singolarmente è responsabile del tumore, anche se due geni- BRCA1 e BRCA2- che pure sono importanti fattori di rischio per il tumore dell’ovaio e quello della mammella- sono anche coinvolti nel tumore della prostata. E l’assunzione con la dieta di alcuni cibi, vitamine e minerali, possono contribuire al rischio. Studi condotti in Scandinavia suggeriscono che il 40 percento del rischio può attribuirsi a fattori ereditari; tuttavia, gli stessi studi hanno dimostrato che gli uomini con alti livelli di acidi grassi a catena lunga (EPA e DHA) diminuiscono l’incidenza. Altri fattori dietetici in grado di aumentare il rischio comprendono un basso apporto di vitamina E (reperibile nei vegetali a foglie verdi), di licopene (presente nei pomodori), di acidi grassi omega-3 (nei pesci a carne grassa, come il salmone), e di selenio. Inoltre, bassi livelli ematici di vitamina D sono in grado di aumentare il rischio di sviluppare un tumore. Il che può essere correlato ad una minore esposizione ai raggi ultravioletti.

La storia del tumore prostatico
Descritto per la prima volta dall’anatomista veneziano Niccolò Massa nel 1536, il tumore prostatico fu identificato solo nel 1853 e inizialmente considerato una malattia rara, probabilmente per la ridotta speranza di vita e gli scarsi metodi di indagine a disposizione. I primi trattamenti messi in atto consistevano in interventi chirurgici per risolvere l’ostruzione urinaria. La prostatectomia radicale perineale fu eseguita per la prima volta nel 1904 da Hugh Young al Jonhs Hopkins Hospital. La prostatectomia radicale retropubica venne messa a punto nel 1983 da Patrick Walsh; questo approccio chirurgico consentì la rimozione della prostata e dei linfonodi, col mantenimento della funzionalità del pene.
In seguito, la radioterapia a fascio esterno divenne più popolare quando, alla metà del XX secolo, diventarono disponibili fonti di radiazioni più potenti. La chemioterapia sistemica fu studiata negli anni Settanta. Al protocollo iniziale con ciclofosfamide 5- fluorouracile presto si sono aggiunti molteplici altri, con un’ampia gamma di farmaci sistemici.

A proposito di PSA
Ultimamente si discute molto sulla “validità” dell’esame del sangue noto come “PSA”. Premessa necessaria. Non esiste un valore “normale”, valido per tutti gli uomini e, di conseguenza, neppure una vera e propria soglia d’allarme uguale per tutti. Il livello di PSA aumenta con l’età e per via di altre malattie e disfunzioni prostatiche (infezione urinaria o ipertrofia prostatica benigna), ma può risultare nella norma nel 30 percento dei pazienti con tumore della prostata.
Ecco alcuni fattori che possono falsare il test:

  • un rapporto sessuale recente;
  • una visita con esplorazione digito-rettale;
  • un’ecografia transrettale;
  • metodiche urologiche (come l’Inserimento di catetere o una cistoscopia);
  • traumatismi anche minimi, dovuti per esempio all’uso della bicicletta o alla guida prolungata della moto.

La sorveglianza attiva
La cosiddetta “sorveglianza attiva” rappresenta un tema molto caldo in ambito oncologico, soprattutto per quanto riguarda il cancro della prostata. Si tratta di porre il paziente con un tumore di piccole dimensioni e non particolarmente aggressivo in una situazione di “sorvegliato principale”. Una strategia agli esordi, ma che prende sempre più piede.
Si consigliano quattro controlli l’anno, per monitorare la malattia e l’aggressività, allo scopo di intervenire non appena il tumore diventa più aggressivo. Con l’uso (e l’abuso) del PSA, infatti- sostiene attualmente la maggioranza degli specialisti- si possono sì individuare tumori molto piccoli (curabili), ma si può andare incontro ad effetti collaterali anche molto gravi.

S.I.Ur.O.
La Società Italiana di Urologia Oncologica è un’Associazione non profit fondata nel 1990 da Francesco Boccardo, Mario Cappellini, Franco Di Silverio e altri, per realizzare un’Associazione libera e aconfessionale, in grado di promuovere l’applicazione del concetto di multidisciplinarietà anche alla gestione dei pazienti affetti dalle neoplasie urologiche. La “vocazione multidisciplinare” è pertanto la caratteristica portante e distintiva di SIUrO ed è garantita a livello statutario dalla presenza obbligata nel Comitato Direttivo di specialisti di diverse discipline. In particolare, SIURO si propone di favorire la nascita di una nuova figura di specialista motivato a superare le barriere di tipo attitudinale, culturale e operativo della propria disciplina, e a sviluppare uno specifico interesse e specifiche competenze in questo settore della patologia urologica, attraverso la formazione continua.
Con questi propositi, urologi, oncologi medici, radioterapisti e anatomo-patologi negli ultimi 20 anni hanno avuto molte occasioni per confrontare le proprie conoscenze e la propria esperienza professionale, sviluppando un patrimonio culturale comune che, sul piano operativo, ha portato alla istituzionalizzazione e alla validazione di modelli collaborativi quali protocolli multi specialistici e ambulatori multidisciplinari.
Segreteria C/o Cattedra di Urologia, Policlinico S. Orsola Malpighi-Padiglione Palagi, 40138 Bologna. Tel. 051/6362421. segreteria@siuro.it; www.siuro.it

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